17/04/2024

I Genesis dal prog al pop con Francesco Gazzara

Un nuovo libro sui Genesis

Tra saggi biografici e analitici sui Genesis e testi sulle carriere soliste di Peter Gabriel e compagni, soltanto in Italia contiamo una trentina di libri. Insieme ai Beatles e ai Pink Floyd, i Genesis sono il gruppo classic rock più studiato e raccontato nell’editoria italiana. Il motivo è legato principalmente all’amore che dai primi anni ’70 il nostro paese ha riservato al gruppo, ancor prima che si affermasse in Inghilterra. A fronte di una letteratura così corposa, è possibile scrivere qualcosa di nuovo? Probabilmente no, ma la differenza può farla il punto di vista dell’autore. Francesco Gazzara è un musicista, un fine conoscitore dei Genesis che ha reinterpretato con varie chiavi di lettura. Genesis. Dal prog al pop. La storia dietro le canzoni, appena pubblicato da Giunti, passa in rassegna il canzoniere genesisiano evitando l’aneddotica spicciola per concentrarsi sulla struttura compositiva. Ragioniamo con l’autore.

 

Il titolo Dal prog al pop, caro Francesco, ci dice che l’osservazione sui Genesis è completa. Nessuna divisione tra era Gabriel e era Collins, spieghi tutto l’arco compositivo da From Genesis To Revelation a Calling All Stations… Una bella sfida, no?

Certamente, la sfida sta innanzitutto nella mole di canzoni che rasenta le 200 composizioni: dal demo casalingo di Patricia del 26 marzo 1967 fino a Nowhere Else To Run incisa nel 1997 per Calling All Stations e mai pubblicata ufficialmente, ogni traccia è passata al setaccio mettendo ordine nelle singole storie, aneddoti e soprattutto attribuendone il ruolo di ogni musicista e compositore della band. L’altro versante della sfida è invece convincere chi ancora non considera tali i Genesis senza Peter Gabriel: spero che la lettura e la conoscenza approfondita anche della quintessenza autoriale del gruppo capitanato da Phil Collins dal 1976 aiuti l’ascolto del passaggio dall’era prog a quella pop. Di qualità ce n’è molta anche qui, soprattutto rivolgendosi ora al passato di 30-40 anni fa.

 

Sei un musicista e hai avuto una certa attenzione verso il patrimonio genesisiano, tanto è vero che nei tuoi progetti non legati all’acid jazz i Genesis sono sempre stati presenti. Quanto è stata utile la reinterpretazione dei loro brani per la stesura del libro?

Sicuramente hai usato la parola giusta, “patrimonio”, e la reinterpretazione di ciò che i Genesis hanno suonato nei loro dischi – difficile non solo tecnicamente ma spesso anche nell’attribuzione delle sovraincisioni dei singoli strumenti – deve essere fatta con grande cura. Sebbene nelle mie versioni classico-pianistiche io spesso reinterpreti i Genesis con qualche arrangiamento più personale, lavorando a questo libro ho fatto riferimento soprattutto alla mia attività di tastierista. Sapere cosa suona esattamente su ogni brano Tony Banks, ossia colui che è rimasto più a lungo, insieme a Mike Rutherford, a scrivere canzoni all’interno dei Genesis, è indubbiamente servito molto a scarnificare le canzoni al fine di raccontarle.

 

Due anni fa con Odoya hai scritto I Genesis dalla A alla Z: lì i musicisti e le loro vicende, qui le canzoni e le loro storie. Quanto troviamo della personalità dei Genesis nella loro scrittura? Mi viene da pensare ad esempio che un brano firmato Banks è molto diverso da un testo di Rutherford, e così via…

Non solo ogni autore dei Genesis porta la sua personalità nelle composizioni di gruppo ma il suo stesso stile personale cambia e progredisce nel giro di pochi anni. Per non parlare dell’influenza di abbandoni e nuovi ingressi nella formazione. Basti pensare che le due coppie di autori alla base dei primissimi Genesis – dai giorni della Charterhouse School fino ai primi due album – ovvero Banks/Gabriel e Phillips/Rutherford trovarono il loro collante nella leadership forte ma temporanea dello stesso primo chitarrista della band, Anthony Phillips. Quando quest’ultimo abbandonò subito dopo l’uscita di Trespass (1970) i Genesis furono a un passo dallo scioglimento ma nel giro di pochi mesi trovarono in Phil Collins e Steve Hackett gli elementi giusti per fare della formazione a cinque – quella che li portò ai capolavori assoluti dell’era prog fino a The Lamb Lies Down On Broadway, 1974 – il nucleo compositivo più prolifico e miracoloso nella carriera del gruppo.

In quanto a personalità, difficile contrastare quella più risolutoria, testarda, geniale e originale di Tony Banks, tradotta in musica con un modo di trattare l’armonia e di inventare melodie che ha caratterizzato i Genesis dal primo all’ultimo album. In lui Mike Rutherford, più vicino allo spirito rock ’n’ roll ma anche attento a una scrittura pop sempre più raffinata, ha trovato il compagno di penna più longevo sebbene, come rivelerà lui stesso, la sintonia fosse tenuta in piedi solo grazie alla presenza pragmatica di Phil Collins come interprete vocale e co-autore.

 

A proposito di testi, quali sono i principali argomenti trattati dai Genesis?

Le liriche demarcano, spesso più della musica, una linea netta di separazione tra la discografia prog e quella pop dei Genesis. Archiviata l’ispirazione biblico-religiosa del debutto di From Genesis To Revelation, i testi – firmati come la musica dall’intero quintetto attivo dal 1970 al 1976, ma in realtà spesso divisi tra Banks, Gabriel, Rutherford e più raramente Hackett, mai Collins in quel periodo – si muovono nel periodo d’oro del prog tra spunti di fantascienza, influssi di letteratura romantica e cronache di attualità spesso trasfigurate da un gusto noir e a volte horror. Un momento a parte è poi l’intero concept The Lamb Lies Down On Broadway in cui l’unico autore dei testi e della storia, Peter Gabriel, riesce a citare antropologia, psicologia, cabala ebraica, cosmogonia in maniera del tutto enigmatica, arricchendo peraltro le liriche di riferimenti precisi all’attualità contemporanea statunitense. D’altronde aveva fatto qualcosa di analogo nel precedente Selling England By The Pound, denunciando la caduta dei valori britannici ad opera del consumismo galoppante con versi onirici, ricchi di riferimenti letterari e di attualità, non sempre facilmente decifrabili.

Dopo il crepuscolo dell’era prog in cui i testi di A Trick Of The Tail e Wind & Wuthering – opera soprattutto di Banks e Rutherford ma con un Hackett sempre più scalpitante creativamente – riprendono a citare creature fantastiche (Squonk, All In A Mouse’s Night), racconti onirici (Entangled), eventi storici (Eleventh Earl of Mar), è l’ascesa delle canzoni pop più brevi a cambiare radicalmente gli argomenti trattati nelle liriche dei Genesis. Spartiacque in questo senso è Follow You Follow Me di Mike Rutherford, capostipite dei testi d’amore – perso o ritrovato – che caratterizzeranno alcune hit anni ’80 della band. In realtà ci sono anche singoli dei Genesis che tratteranno altro: l’alienazione sociale da tubo catodico (Turn It On Again), la tossicodipendenza (Tonight, Tonight), le conseguenze di un atto bellico (Domino), l’abisso nucleare (Land Of Confusion), per citarne solo quattro.

 

C’è un tema che accomuna la fase prog e quella pop?

Una costante delle due fasi è nella quintessenza compositiva di Tony Banks, con o senza Mike Rutherford. Mentre i pur geniali influssi creativi di Gabriel e Collins (senza dimenticare Hackett) caratterizzano nel suono e nello stile due fasi ben diverse, il modo di scrivere di Banks resta fedele a un concetto base, sebbene venga poi snellito nelle strutture e nei fronzoli durante gli anni. La sua volontà di sfuggire sempre dal prevedibile, di modulare gli accordi allontanandosi dai manuali di armonia, di lasciare un tempo dispari anche laddove le classifiche punirebbero questa decisione. E poi anche la costruzione del pathos drammatico: con le dovute differenze, due accordi costruiscono l’incredibile progressione ritmica all’inizio di Watcher Of The Skies nel 1972 e sempre due accordi portano un brano come Mama (1983) all’apice emozionale, prima della rullata che introduce la batteria a fine brano. Difficile credere che l’autore di quegli accordi sia lo stesso, eppure l’intenzione alla base di quella costruzione drammatica è molto simile e appartiene alla stessa persona, col contributo degli altri musicisti e autori con cui ha interagito per tanti anni. Un altro tema che accomuna le due fasi è l’attenzione e la cura dei Genesis per la parte visiva dei loro spettacoli. Anche dopo l’abbandono di Gabriel con le sue maschere e i suoi costumi, gli show dei Genesis sono sempre stati ad altissimo impatto visivo.

 

L’era Gabriel e l’era Collins. Una semplificazione comoda ma fuorviante. È vero che The Musical Box e Invisible Touch non hanno nulla in comune, ma è anche vero che lo spirito degli anni ’70 è sopravvissuto sotto forma di diversivi e anomalie. Puoi farci l’esempio di qualche brano pop erede di un modo di comporre tipico dei loro anni ’70?

Col primo album degli anni ‘80 Duke i Genesis sfornano una hit, Turn It On Again, che in realtà ha la metrica in 13/8 e di conseguenza non è ballabile nei dancefloor della disco music. In altre parole un brano pop con un’irregolarità ritmica tipica del loro passato prog. Nell’album più radicale col passato, Abacab (1981), ci sono alcune canzoni che potevano nascere dieci anni prima (Me And Sarah Jane, Dodo/Lurker) ma arrangiate con sonorità volutamente moderne. Viceversa ci sono brani apparentemente banali e pop (Keep It Dark, Man On The Corner) il cui incastro ritmico e melodico non è per niente scontato. Anche Home By The Sea / Second Home By The Sea (da Genesis, 1983) fa pensare nella scrittura agli anni ’70, così come le parti strumentali di Domino (da Invisible Touch, 1986) e Fading Lights (da We Can’t Dance, 1991).

 

Tony Banks è l’uomo Genesis, come McCartney è stato ed è l’uomo Beatles. Quali sono le sue peculiarità?

Il Banks strumentista è un caso a parte nell’Olimpo dei tastieristi virtuosi del prog (Emerson e Wakeman su tutti), in quanto la sua tecnica rimane imprescindibile dal servizio che offre alla musica scritta. In altre parole ogni singolo assolo di sintetizzatore nella musica dei Genesis è scritto come se fosse una melodia scolpita, a volte vocale e più spesso sinfonica, come se appartenesse alle sezioni degli archi o dei legni/fiati. Nulla è lasciato all’improvvisazione, ogni timbro delle tastiere è calcolato in funzione del pathos creato. Pensiamo all’uso orchestrale del Mellotron in The Fountain Of Salmacis oppure al modo in cui Banks sovrappone i timbri del suo ARP Pro-Soloist in molti dei brani di album come Selling England By The Pound e The Lamb, includendo anche Entangled in A Trick Of the Tail. Poi ci sono alcune trovate tecniche che hanno caratterizzato molti brani della band, come quella delle mani incrociate che accomuna l’intro di The Lamb e Carpet Crawlers a, incredibilmente, No Reply At All e Fading Lights.

 

Vorrei una tua battuta anche sui chitarristi che hanno attraversato mezzo secolo di Genesis. Diversi ma complementari, distanti ma partecipi a una comune esperienza: Anthony Phillips, Steve Hackett, Daryl Stuermer.

Phillips, rispetto agli altri due, ha il grande merito di aver letteralmente preso per mano i Genesis trasformandoli da band scolastica in gruppo rock capace di girare i circuiti live londinesi e non solo. Si rese subito conto sia del potenziale live di Peter Gabriel sia del modo originale di scrivere brani del cantante in coppia con Banks. Inoltre sviluppò insieme a Rutherford la quintessenza del suono acustico dei primi Genesis, con due e più chitarre a dodici corde che suonano insieme. Phillips non è solo un chitarrista ma un autore immenso, polistrumentista che vanta una discografia solista davvero sterminata.

Steve Hackett dal canto suo è riuscito a colorare la musica dei Genesis col pennello di un grande artista, inserendosi nei dettagli, all’inizio timidamente e poi rivelandosi sempre più indispensabile in quella tela policroma ricca di sfumature, bicordi, arpeggi romantici subito alternati a strappate rock ululanti e a furiosi momenti di tapping. Anche la sua discografia è immensa e parallela a quella dei Genesis, con cui ha certamente rivaleggiato nei primi quattro album solisti.

Daryl Stuermer viene da un altro mondo, quello della fusion americana, e si presta al passaggio dei Genesis dal prog al pop con tutta la sicurezza tecnica di un musicista esperto che sa quando è il momento di attenersi a ciò che c’era prima di lui e quando invece è il momento di infondere originalità. Questo è il motivo per cui Stuermer è un protagonista assoluto nei dischi live dei Genesis dagli anni ’80 in poi, nonché nella discografia del Phil Collins solista. A volte c’è da chiedersi come sarebbe un disco inciso soltanto da questi tre grandi chitarristi insieme…

 

Se li paragoniamo a giganti dello stesso periodo come Led Zeppelin, Pink Floyd e Queen, ma anche a un David Bowie, probabilmente i Genesis sono perdenti dal punto di vista dell’influenza sul contemporaneo. Qual è il loro reale lascito nella cultura pop/rock?

L’influenza sul contemporaneo: più passa il tempo e più si semplifica il lascito comunicativo, questo vale per ogni secolo e per tutte le arti. Chiaro che in quest’ottica il lascito comunicativo di per sé più semplice e diretto, ovvero quello di un suono e di un’immagine rock’n’roll rivoluzionaria anni ’70, è anche quello che rimane di più nel futuro, seppur svuotato nei dettagli col tempo. Tutti gli artisti che hai citato usufruiscono di questo vantaggio in modo più evidente rispetto ai Genesis e non a caso le masse anglosassoni del rock hanno capito e apprezzato i Genesis con molto ritardo, in quanto per loro questa band non era mai abbastanza rock’n’roll (nei suoi anni prog) per poi diventare protagonista radiofonica nei primi anni ’80. Eppure il loro lascito nella cultura pop/rock si misura con la sua capacità di raggiungere in ugual misura – vista anche la longevità discografica e soprattutto la varietà della proposta musicale e di conseguenza quella del pubblico – sia una platea più intellettuale sia un ascoltatore poco impegnato.

I Genesis furono accolti subito in Italia anche grazie ai loro riferimenti musicali sinfonici, attrassero le platee del teatro di avanguardia grazie ai travestimenti di Gabriel e tra il 1973 e il 1975 apparvero sulle prime pagine dei magazine culturali e musicali britannici e non solo alla pari dei colleghi citati prima. Dopodichè, nei decenni successivi, raggiungono anche l’ascoltatore americano medio, diventano addirittura di moda a metà degli anni ’80 – complice il talento istrionico di Phil Collins – e infine, quando il cerchio inizierà a chiudersi, si esibiranno nel 2007 al Circo Massimo davanti a 500.00 persone, tra cui nonni adepti dell’era prog e padri di quella pop, con tanto travaso di passione intergenerazionale.  E poi c’è anche la somma delle parti, per recitare un loro libro e documentario autobiografico, ovvero la qualità e quantità musicale (e anche extra musicale nel caso di Gabriel e Collins) lasciata ai posteri da ogni singolo elemento dei Genesis nella sua carriera solista, caso unico tra le band di questo calibro. Tutto ciò, corredato da vendite planetarie e spettacoli tra i più costosi nella storia del rock, non assicura forse l’eternità ma certamente un posto nella Rock & Roll Hall Of Fame si, dal 2010.     

Genesis - libro - Gazzara

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