22/04/2026

La ricerca spirituale di Battiato secondo Vincenzo Greco

Arcana pubblica il nuovo testo sul misticismo del musicista siciliano

 

Negli ultimi anni Vincenzo Greco – insieme a Fabio Zuffanti, per altri versi a Giorgio Calcara – si è affermato come autore di riferimento per lo studio sulla figura e sull’opera di Franco Battiato. Non è semplice inquadrare una personalità così ricca e sfaccettata, a Greco è stato necessario spalmarne l’analisi in due libri (Una ricostruzione sistematica nel 2023, l’anno scorso Il tempo moderno e i suoi inganni, nel quale accanto a Battiato parlava anche di Ferretti, De André e Waters) ma anche in alcuni spettacoli. Con Battiato e l’Assoluto. Una ricerca spirituale (Arcana) compie un passo in avanti, perché dalla ricostruzione si sposta ad un’ulteriore messa a fuoco: quella del misticismo e del percorso verso l’Assoluto.

 

Non è facile, caro Vincenzo, studiare Battiato. La mostra in corso al Maxxi è la dimostrazione della vastità di aree da coprire, e anche tu hai bisogno di tornare più volte sul tema. Il primo libro inquadrava l’artista, il secondo lo accostava a colleghi autorevoli, nel nuovo affronti un elemento che è centrale, assorbente direi: la ricerca spirituale. È possibile isolarla dagli altri aspetti della sua figura?

No, e proprio la mostra, che a me non è piaciuta molto, lo dimostra. Nella mostra infatti non si parla molto di spiritualità, è un tema che, come tanti, viene lanciato lì, senza un serio approfondimento.

Ma, al di là della mostra, quello che vorrei far capire, e spero di averlo fatto con la mia ricostruzione sistematica, è che in Battiato, nonostante le contraddizioni e i cambiamenti di percorso, tutto si tiene proprio perché il collante è costituito dalla ricerca spirituale. Lui è un ricercatore di Verità e questa incessante ricerca ha contraddistinto ogni aspetto del suo percorso artistico ed umano. Con gli strani esperimenti degli anni ’70 lui cercava la Verità, come la cercava anche cantando e ballando su un concetto centrale come quello del centro di gravità permanente. E anche con certe dichiarazioni politiche la cercava. Insomma, la ricerca di Verità – questa è la ricerca spirituale – non è un argomento a parte. È Battiato – e qui chiedo al lettore di immaginare che io metta un bell’accento anche sonoro sulla e.

 

Stavolta hai affrontato anche un dato inedito, affatto noto ai più: una playlist creata dallo stesso Franco. Dicci tutto…

Il comune amico Alfio Cosentino, per molti anni sindaco di Milo, dove Battiato ha vissuto la seconda parte della sua vita, gli ha chiesto di stilare un elenco dei brani che lui riteneva i più rappresentativi. Franco, che si divertiva molto a fare queste cose – sarebbe stato un eccellente compilatore di playlist – non si è fatto pregare e, chiamando il file semplicemente Top Ten, glielo ha consegnato chiedendogli di renderlo pubblico dopo la sua morte.

Così è avvenuto, infatti Alfio ha fatto risuonare questi brani lungo le strade di Milo il giorno del suo passaggio ad altra dimensione.

Ma non se n’è parlato. Allora io, venuto in possesso di questo file da Alfio, che peraltro ha scritto una bella prefazione al libro, ho pensato di dare risalto a questo grappolo di brani cercando di capire perché proprio loro e non altri (ci sono esclusioni eccellenti come La cura o L’oceano di silenzio) e perché proprio in quell’ordine. Ho allora ipotizzato che fosse il percorso di un uomo in krisis, intendendo tale termine nel senso greco di opportunità data da un percorso e da una chiamata ad una scelta, con tutto quel che ne consegue. E non è un caso che il tutto si chiuda con un riferimento alla libertà, perché uomini e artisti più libero di Battiato è difficile trovarne.

 

Il suo pensiero è, in prima battuta, legato a Gurdjieff. Ha disseminato la sua opera di riferimento al maestro greco-armeno. Anche Robert Fripp o Keith Jarrett sono stati vicini alla Quarta Via, ma Franco ha scelto di essere più esplicito in merito: perché secondo te?

Battiato è stato anche un formidabile divulgatore. Ha assunto su di sé una sorta di compito didattico: far conoscere, nei modi più disparati e lievi possibili, certi percorsi. Non la Verità, che questa va trovata da sé e nei modi più congeniali ad ognuno di noi – anche se la conclusione è la stessa, indipendentemente dalle vie che si percorrono – ma, appunto, alcuni percorsi per potervisi avvicinare.

Gli altri artisti che hai citato non hanno sentito questa esigenza divulgativa. Lui sì, ed è per questo che è molto amato dal suo pubblico. Non è raro infatti trovare, tra i suoi ascoltatori, me compreso, chi ti dice che Battiato gli ha cambiato la vita. Non solo come artista ma proprio perché ci ha indicato percorsi per vivere in maniera più consapevole e meno automatica questa formidabile occasione che è la vita. Purtroppo, troppo spesso sprecata andando dietro a cavolate.

 

Forse è impossibile avere una risposta, ma stando al tuo studio qual è il disco, l’opera, che evidenzia in maniera più compiuta il suo mondo mistico?

Nell’impossibilità di tale risposta, considerato anche quello che ti ho detto prima, devo ammettere che anche io mi diverto molto a compilare e fare classifiche, ben sapendo che cambiano quasi ogni giorno.

E allora ti indico due lavori: la Messa Arcaica, che è una esperienza mistica, del tipo dentro o fuori. Se entri in una certa logica, hai compreso appieno un certo tipo di percorso spirituale e hai persino visioni di un mondo successivo. Poi, a un livello più concettuale e descrittivo, il lato A di Come un cammello in una grondaia. Lì dentro ci sono quattro brani, due, Le sacre sinfonie del tempo e L’ombra della luce, che per comodità possiamo definire spirituali e due, Povera patria e la title track, che sono brani di afflato civile con punte di sana polemica e dolore per come vanno le cose umane.

Ebbene, lì dentro, in questa commistione, c’è tutto: il mondo come potrebbe essere, la luce, se dessimo più seguito allo spirito e ai suoi segnali, e il mondo invece com’è, l’oscurità e il dramma del sentirsi spaesati quando invece diamo seguito agli istinti animal-umani di ricerca di potere e di denaro.

Il mio libro parla proprio di come ci sentiamo, dello spaesamento, dei momenti di illusione e disillusione, di ricerca e di sconforto, di esaltazione e di depressione.

 

Sembra quasi un fiume, dialettico e sorprendente…

Non a caso la prima parte è impostata come fosse un flusso di coscienza. Ho immaginato di parlare con Franco e con il lettore, un dialogo a tre, sui momenti di ricerca e su come viviamo. Anche con riferimenti concreti al Bene e al Male e agli inevitabili dubbi che prendono umanamente davanti all’apparente trionfo del Male. Lode all’Inviolato, che è un brano che è contenuto in Caffè de la Paix, rappresenta benissimo questa sensazione. Infatti io direi di aggiungere anche questo album. In quel momento, Battiato ha reso tutto molto chiaro; prima e dopo, come suo solito, ha seguito percorsi diagonali. Ma in quegli anni, che vanno da Fisiognomica a Caffè de la Paix, c’è tanto di facilmente comprensibile per chi vuole cercare.

 

Se volessimo osare e uscire dal gioco di riferimenti e citazioni, pensi che Battiato abbia costruito nel tempo un suo sistema di pensiero? In soldoni, si potrebbe parlare di “Battiato filosofo”?

No. Battiato ha letto e seguito molti autori, soprattutto mistici. Ma non ha costruito un suo sistema filosofico, nel senso che di nuovo non ha detto nulla, ha “solo” trasmesso e reso espliciti pensieri millenari. A meno che non pensiamo che la sua particolare unione di più pensieri e religioni sia in sé un sistema di pensiero. E su questo si potrebbe molto discutere. Iniziamo le danze?

 

Un sincretismo che ha perfezionato durante la maturità, mi verrebbe da dire. E a proposito di maturità, la storia del pop-rock ci insegna che il meglio da parte degli artisti è confinato alla giovane età ma solo pochi – pensiamo a Bob Dylan, Cohen e De André – hanno raggiunto l’età matura con una freschezza e una lucidità ancora intatte. Penso che anche per Battiato sia stato così, e mi viene in mente un brano-chiave come Inneres Auge, che ne pensi?

È proprio così. Spesso penso a come Battiato artisticamente non sia mai stato preso da alcun segno di oscuramento delle capacità creative e intellettive e di quelle rivolte alla comprensione delle cose. Lui artisticamente non è mai morto e nemmeno invecchiato: se n’è andato in fretta il suo corpo, afflitto da una malattia che gli aveva tolto anche la parola e spesso anche la memoria, una malattia che però non ha fatto in tempo a intaccare nulla della sua arte mettendolo in condizione di sfornare dischi meno belli dei precedenti. Forse ha intaccato i suoi ultimi concerti, ma anche in quel contesto la sua voce flebile e il suo dimenticare a volte alcuni versi accadevano comunque in modo lieve, non certo fastidioso. Anzi, ti dirò, l’urlo “amore” in Le nostre anime, acquista una intensità fortissima proprio perché lanciato con quella voce flebile e incerta: lì c’è tutto il tentativo dell’umano di raggiungere l’oltreumano, con tutte le sue incertezze e i suoi limiti. Lì c’è Battiato, uno che ha sempre cercato di superare i limiti, lanciandosi verso l’alto: questa è ricerca dell’Assoluto.

Di autori ne abbiamo visti parecchi invecchiare male, malattie a parte: tanti si sono riciclati, dando una brutta copia di sé stessi in tanti dischi (l’ultimo Pino Daniele, per esempio, o Antonello Venditti in certi certi dischi degli anni ’90 veramente senza arte, per non parlare della svolta commerciale dei Litfiba, e meno male che ora hanno recuperato quel capolavoro che è 17 re), altri si sono ritirati, altri hanno cercato di adeguarsi a certe logiche smentendo sé stessi.

Battiato è stato sempre giovane, tanto che il suo ultimo disco, Joe Patti’s experimental group, torna alla sperimentazione dei suoi primi dischi, addirittura tornando su un brano chiave come Propriedad prohibida. La sua curiosità, la sua voglia di sperimentare e cimentarsi sempre in nuove imprese, dal cinema alla pittura alla stessa musica che non ha mai replicato, pur avendo uno stilema molto preciso, hanno preservato la sua arte.

 

Mi ha colpito un ricordo di chi ha lavorato con lui: la rapidità delle registrazioni. Franco era molto veloce in studio. Pensi che questo strida con la densità e la profondità dei suoi studi?

No, non stride affatto. Lui in studio aveva le idee molto chiare. Non si presentava mai con il foglio bianco. La registrazione era solo un mettere concretamente su disco ciò che era rappresentato precisamente nella sua testa e che spesso veniva anche anticipato da una pre-produzione intensa e molto ben definita. Lui a casa registrava già tante parti, tanto che le tastiere spesso erano quelle che lui stesso aveva registrato nella preproduzione. Molti suoi brani nascevano già con l’arrangiamento, essendo lui anche un formidabile arrangiatore. Questo aspetto è una delle cose in cui, nella mia attività musicale, mi è stato maestro come nessuno: la ricerca di una sonorità, l’arrangiamento non come momento successivo e a parte del brano, ma come parte creativa del brano stesso.

Una volta che è tutto chiaro, in studio si fa velocemente. E poi non si perdeva in mille rivoli. Uno dei suoi motti era “il meglio è nemico del bene”. Una volta chiuso un brano, non si tornava più pensando a ipotesi diverse e perdendovisi in esse, cosa tipica di molti autori e musicisti.

 

Nel visitare la mostra al Maxxi ho percepito qualcosa di forte nella apparente fissità degli sguardi nei suoi ritratti, sui quali forse – a differenza del cinema – ci si è soffermati poco. Personalmente ci sento la stessa potenza mistica delle sue pagine musicali migliori, tu?

Anche io. Della mostra salvo poche cose, ma l’angolo dei quadri è molto bello, nonostante non ci siano spiegazioni essendo stati messi lì così, senza amore direi.

Io su quei quadri potrei parlarti per ore perché lì dentro c’è tanto del mondo Battiato.

Una cosa su cui sarebbe bello riflettere è l’apparente contraddizione tra il senso di profondità dato dallo sfondo, spesso color oro, e la fissità dei soggetti ritratti, dallo sguardo in poi.

Lo sguardo è fisso non a caso. Io ho la sensazione che Franco neppure ci abbia pensato più di tanto, nel senso che gli venivano così, senza un messaggio preciso. Penso che qui abbia operato, come del resto in tanta parte della sua produzione musicale, un’altra mano di cui lui è stato un tramite, cosa che negli ultimi anni di vita lui stesso ammetteva, con una profonda umiltà.

 

Perché sono sguardi fissi?

Perché rappresentano il punto fermo, il centro di gravità in un orizzonte di infinita profondità (l’uso dell’oro porta a questo pensiero infinito). Lo sguardo, che non a caso viene definito lo specchio dell’anima, costituisce il segnale più immediato e spontaneo di quel seme di infinito che abbiamo dentro di noi – questa la tematica principale del mio libro come del mio spettacolo teatrale L’infinito fra le mani che replicherò a dicembre. Possiamo riconoscerlo e coltivarlo o fare finta di niente, annientandolo con una marea di pensieri e cose inutili e sterili. Se lo riconosciamo, inizia il nostro percorso di ricerca.

Ecco, quegli sguardi sono il seme d’infinito, fissi nella mutevolezza delle cose del mondo, eterni nell’effimero in cui sono gettati, di una profondità infinita alla quale possiamo solo accostarci senza comprenderla appieno: siamo pur sempre umani, quindi finiti, la comprenderemo quando torneremo ad essere sfrondati dalle impurità dell’umano, immateriali eppure esistenti, invisibili eppure viventi.

Se ci fai caso, sembrano persino inespressivi: e anche questo lo spiego con il riferimento all’oltreumano. L’espressione dei sentimenti è una cosa tipicamente umana. L’oltreumano non credo abbia a che fare con una cosa così momentanea come i sentimenti. Ha a che fare con l’eterno. E forse, dei sentimenti che proviamo qui in Terra, è la gioia quella che più si può avvicinare al contatto con l’Assoluto. Ma una gioia, come dire, non umana, e che quindi può apparire inespressiva. Quando si medita si raggiungono tali stati, eppure nell’espressione di chi medita non vedi nulla, anzi ti pare che si sia quasi addormentato. Ecco il perché più profondo di quegli sguardi, almeno nella mia interpretazione.

A questo punto, che ne dici di ascoltare Stati di gioia?

 

Buona idea, ma prima devo chiederti un’ultima cosa. Capire e studiare Battiato è un affare complesso: sei arrivato alla fine o senti di dover approfondire ancora con i tuoi saggi?

Ad analoga domanda, quasi infastidito del mestiere di scrittore di libri su Battiato che vedevo diffondersi intorno, risposi tempo fa che non ne avrei scritti altri.

E invece, come vedi, mai dire mai. E quindi non posso rispondere alla tua domanda perché rischierei un’altra brutta figura. Certo, questo libro per me è fondamentale e potrebbe essere definitivo. Ma, appunto, mai dire mai. Anche perché i miei libri nascono non da una pianificazione ma da una intuizione a cui do seguito, di solito d’estate, nel giro di poco tempo. Se avrò la fortuna di avere altre intuizioni su Battiato, non escludo nulla. Vedremo.

Vincenzo Greco - Battiato e l'Assoluto. Una ricerca spirituale

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