08/10/2026

Levante racconta “Dell’amore del Fallimento e altri passi di Danza”: «Tutti noi siamo dei danzatori»

DELL’AMORE IL FALLIMENTO E ALTRI PASSI DI DANZA è un disco stratificato e ricco, ma la sua forza più autentica sta nella verità con cui Levante attraversa ogni canzone

Quando si pensa al pop si fa subito il naturale accostamento con la musica leggera. Giusto e lineare. Tuttavia, è importante non confondere mai una definizione con la sostanza. La musica pop sa essere sì per la stragrande delle volte pure intrattenimento, svago e affini finalità, ma ci sono esempi in cui lo scopo ultimo è un altro, in cui la vena pop è contaminata con l’universo cantautorale. Esempi in cui si va a fondo, che meritano un ascolto attento. 

Tra le penne appartenenti a questa schiera è impossibile non annoverare Levante e il suo ultimo lavoro in studio, che abbiamo ascoltato in anteprima nei giorni scorsi, ne è un esempio lampante. Ascoltando DELL’AMORE IL FALLIMENTO E ALTRI PASSI DI DANZA, si ha la sensazione di entrare in un luogo molto personale. Non perché il disco cerchi di raccontare delle relazioni, ma perché prova a capire che cosa accade quando l’amore vacilla, si interrompe o non riesce nemmeno a cominciare.

L’album esce domani, venerdì 9 ottobre, per Warner Records / Warner Music Italy e raccoglie quindici tracce, comprese quelle già pubblicate. È un lavoro che attraversa desiderio, perdita, nostalgia, incontri inattesi e ferite, muovendosi tra scrittura cantautorale, pop contemporaneo, elettronica e momenti di maggiore intimità. «Non mi sono più chiesta cosa sia l’amore o dove vada a finire quando finisce», ci racconta Levante. «Ho soltanto insistentemente chiesto a me stessa per quale motivo l’ho fatto fallire, tutte le volte in cui è fallito o non è mai iniziato». È la domanda da cui nasce il disco, ma anche il suo titolo. Il fallimento non viene raccontato come una sentenza, bensì come uno dei movimenti possibili dentro una relazione. Un passo che si aggiunge agli altri, una figura che si ripete, fino a riportare le persone davanti agli stessi errori.

Levante parte da una serie di episodi amorosi, alcuni più leggeri e divertenti, altri più tossici e dolorosi. Il punto di partenza è personale, ma inevitabilmente allargo lo sguardo fino a intercettare sfumature o interi quadri dei vissuti di ognuno. Pensava di costruire un disco intorno a una domanda. Non immaginava che, scrivendo, sarebbe arrivata anche una risposta e quella risposta prende la forma di ABISSALE, il brano più profondo del disco e quello in cui la scrittura si avvicina maggiormente alla radice della sua storia. «Abissale arriva in un momento in cui non pensavo potesse arrivare, quasi di getto», dice Levante. «È una conversazione con una me adulta, con un cuore da bimba, che ritorna nei luoghi in cui ha ricevuto l’amore: nel modo in cui l’ha ricevuto, nel tempo in cui l’ha ricevuto e soprattutto nel tempo in cui l’ha perduto».

La canzone nasce dalla rabbia, da una domanda rivolta al padre (scomparso quando Levante era ancora piccola) e alla propria identità: «Sono io questo mostro? Sono il risultato delle tue azioni?». Ma il brano non rimane dentro il rancore. Nel suo sviluppo, personale e musicale, arriva a una forma di pacificazione. «Non pensavo di poter parlare con mio padre in questo modo e non pensavo che questa potesse essere la risposta del disco», racconta. Da qui la definizione più precisa del lavoro: non un album di guarigione, ma di consapevolezza. Il percorso porta così anche a ridiscutere la parola “fallimento”. Levante la mette al centro del titolo senza cercare di attenuarla. Per lei non indica soltanto ciò che è andato storto, ma anche e soprattutto tutto ciò che lo ha preceduto: il tentativo, la volontà, il desiderio di costruire: «Il fallimento è super positivo, perché tu hai tentato. È l’ultima cosa che arriva, se arriva. Prima c’è stato il tentativo di far andar bene qualcosa. Il fallimento è stato la mia forza e la mia voglia di amare e di tentare di costruire qualcosa. Poi non ci sono riuscita, però ce l’ho messa tutta, con i mezzi che avevo».

Questa consapevolezza attraversa anche la musica. Da dieci anni Levante lavora con Antonio Filippelli e Gianmarco Manilardi, un sodalizio che le permette di trasformare idee e sensazioni in arrangiamenti differenti per ogni brano: «A loro affido lo sporco lavoro di tradurre un mio concetto, che è molto teorico. Io tecnicamente non so parlare il loro linguaggio: arrivo con il mio cestino di canzoni e dico “questa canzone vorrei che suonasse così”». Il disco mantiene alcuni tratti riconoscibili del suo universo: una produzione stratificata, una certa componente barocca e gli amati synth. Ma non cerca di ripetere formule già sperimentate e si muove più nella sintesi, nella sottrazione: «È chiaro che è difficile non ripeterti, ma allo stesso tempo speri anche di non tradirti. Rimangono sempre la mia voce, la mia faccia e la mia penna». Il principio che guida il lavoro è semplice: ogni canzone deve trovare la propria forma. Ad esempio Ruggine nasce da un giro di basso e da un’attitudine battistiana. Niente da dire ha un’impronta più moderna, costruita anche attraverso i synth. Abissale cambia completamente prospettiva e si apre all’orchestra:

«All’inizio c’è un tappeto che sembra un baratro, poi piano piano ci si alza, ci si sospende verso il cielo e infine si cade nel vortice di quella frase finale: “Non devi uccidere l’amore”». La ricchezza degli arrangiamenti non coincide però con un eccesso di elementi: non ci sono seconde voci né armonizzazioni. In altri passaggi, invece, la produzione si espande e diventa più complessa. Ecco così che si hanno due mondi che si incontrano, ben definiti da Abissale e Sei tu che rappresentano due direzioni diverse: la prima per la sua ricchezza, la seconda per l’essenzialità. Ma, secondo Levante, entrambe rispondono allo stesso tema: il rapporto tra ciò che si prova e il bisogno di dare all’amore una forma. A livello di scrittura, il brano più difficile è stato SONO BLU: «Quando ho iniziato a scrivere quel riff sapevo in che direzione avrei voluto portare il brano. Sapevo quali accenti volevo dare al testo, sapevo tutto: quella canzone era nella mia testa. Però metterla in pratica non è stato facile». Il blu è anche il colore con cui Levante si identifica. «Io non mi sento blu: io sono blu». L’arancione, invece, è diventato il colore dell’album in un secondo momento, come una rivelazione arrivata durante il percorso: «Non sono stata guidata da un colore, almeno non da subito. Col passare dei mesi ho compreso che era una luce arancione a lampeggiare sulle mie parole». L’arancione è il colore dell’allerta, dei lavori in corso, dei salvagenti e dei giubbotti di salvataggio. È un avvertimento, ma anche una forma di protezione: «È il colore che è mancato a queste storie: un semaforo arancione che dicesse “Fermati, non distruggere tutto, non buttare tutto all’aria”».

Il blu rappresenta invece la persona che quelle storie le ha vissute. «Il blu sono proprio io, quindi ha senso che fossi la protagonista delle storie che ho raccontato. Non credo di essere mai stata arancione. L’arancione è il colore di cui avrei avuto bisogno». Questa contrapposizione si ritrova nella copertina, per la prima volta nella sua carriera corale. Levante non è più sola al centro dell’immagine, ma circondata da amici, collaboratori e compagni di viaggio. La composizione, costruita come una piramide umana, richiama una danza e porta sul piano visivo il tema dell’album. A metà del disco arriva come un lampo MONELLERIE, con la voce della figlia Alma Futura: «Non è stata la madre a mettere Alma nel disco, è stata Levante artista». La traccia nasce durante i mesi trascorsi insieme nel laboratorio dell’artista, mentre la famiglia attendeva la fine dei lavori nella nuova casa. Una sera Alma ha proposto di inventare una canzone. Levante ha iniziato a suonare, ma la bambina ha risposto recitando una frase:

«Io dentro di te non voglio creare un caos di monellerie, ma quando ti vedo tutto riprocede da capo».

Per Levante, quella frase racchiudeva il senso dell’amore eterno: una storia che non è mai iniziata e quindi non è mai finita. «Dato che io e te non siamo mai iniziati, quindi non siamo mai finiti. Quando ti vedo, tutto riprocede da capo». Un amore sospeso è anche quello raccontato in LUNA DI SANGUE. In questo caso Levante abbandona la lente autobiografica e guarda al Sole e alla Luna, due corpi destinati a incontrarsi soltanto in momenti rari. «Ho pensato a un’eclissi, a quel momento di gioia in cui queste due realtà si incontrano senza sapere quando si rivedranno». È una canzone sulle storie che non hanno avuto un seguito e che proprio per questo possono restare intatte nella memoria. «L’amore che non è mai nato, quello che non ha avuto un seguito ma ha avuto un contatto, è la storia che dura per sempre. Sono le storie che rimangono nell’immaginazione: “Chissà se fossimo stati più coraggiosi…”». La danza, nel disco, non riguarda soltanto le relazioni. È una metafora dell’esistenza intera. «Io ci immagino come danzatori su questa terra. Ci immagino attraversare la vita ballando la musica che ci capita, che sia triste, lenta, veloce, elettropunk». L’idea nasce anche da Sergio Atzeni e dalla sua definizione dei sardi come “danzatori delle stelle”. Levante però allarga quell’immagine: «Penso che tutti noi siamo dei danzatori».

È qui che il titolo trova il suo significato più ampio. Non parla soltanto dell’amore e del suo fallimento, ma di tutto ciò che accade nel mezzo. «Volevo raccontare il resto della vita come passi di danza. Perché poi, nel mezzo, c’è tutta la vita».

DELL’AMORE IL FALLIMENTO E ALTRI PASSI DI DANZA è un disco stratificato e ricco, ma la sua forza più autentica sta nella verità con cui Levante attraversa ogni canzone. Non cerca di sistemare il dolore né di trasformarlo in una lezione: lo guarda, lo ascolta e prova a capirne il movimento. Gli arrangiamenti seguono questo percorso senza mai coprirlo. Gli amati synth convivono con l’orchestra, la distorsione della voce, i bassi e le aperture pop; ogni elemento sembra arrivare nel momento giusto, perché ogni brano ha bisogno di una veste diversa. In Abissale la musica precipita e poi risale, in Sono blu cerca il ritmo esatto delle parole, in Sei tu sceglie invece di spogliarsi. È un album profondo perché nasce da una domanda ancora viva. Dietro ogni frase c’è un vissuto, dietro ogni arrangiamento un’emozione precisa. E mentre Levante ne parla, quella materia non sembra appartenere soltanto al passato: torna presente, passa attraverso la voce, le pause e gli occhi. Forse è proprio questo il senso più intimo del disco. Il fallimento non viene cancellato, ma riconosciuto come parte del percorso. Un passo sbagliato, una figura da ripetere, una danza che continua anche quando non si conosce ancora la direzione.

Perché, alla fine, Levante non sembra aver trovato un modo per smettere di amare. Ha trovato il coraggio di guardare in faccia tutto ciò che l’amore lascia quando finisce e tutto quello che, nonostante il fallimento, continua a muoversi dentro di noi.

Il racconto del disco  prenderà forma anche dal vivo il 17 e il 22 novembre alla Santeria Toscana 31 di Milano, in due appuntamenti speciali costruiti in una dimensione molto intima.

Levante DELL’AMORE LIVE – ONE VENUE ONLY  

Martedì 17 novembre 2026 | Milano, Santeria Toscana 31
Domenica 22 novembre 2026 | Milano, Santeria Toscana 31

Levante

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