Paolo Jannacci racconta “Scimmie ovunque”: «L’artista deve riuscire a far nascere delle domande»
Paolo Jannacci racconta Scimmie ovunque: il rifiuto del pulpito, le scorie del quotidiano e la scelta di dire quello che si pensa per un disco profondo e ricco di sfumature
In un mercato discografico che divora brani ogni tre settimane e impone la presenza a tutti i costi, prendersi sei anni per licenziare un album ha quasi il sapore di un atto di insubordinazione. Paolo Jannacci non ha fretta, e lo rivendica con una placidità spiazzante: le canzoni, prima di uscire allo scoperto, devono accumulare chilometri, perdere il superfluo e superare l’esame della realtà. Scimmie ovunque è il diario di bordo di questa attesa. Un lavoro a due facce: parte con la verve grottesca di chi fotografa l’involuzione della nostra società, popolata da piccoli mostri e regressioni primordiali, e scivola progressivamente verso una dimensione intima, distopica, attraversata dall’ossessione per la fisica del tempo e dal timore di non riuscire a dire le cose importanti prima che il treno riparta. Ne abbiamo parlato con Paolo
Partirei dalla genesi del disco: sono passati diversi anni dal lavoro precedente. Com’è nato questo percorso che ti ha portato a una sintesi così ricca di sfumature e prospettive musicali?
È molto ricco proprio perché è passato tanto tempo. Trent’anni fa un intervallo del genere era considerato un periodo ragionevole, oggi sembra quasi una vita. Il processo però è partito in maniera del tutto naturale: come faccio di solito, appena sto finendo un lavoro, o subito dopo averlo chiuso, inizio già a pensare al prossimo, alle nuove idee. È un meccanismo continuo, tant’è che adesso sto già proiettando la testa al 2028: per me si fa così. Insieme al mio autore Paolo Re, che mi ha accompagnato lungo tutto questo cammino, abbiamo cominciato pian piano a immaginarci storie, film mentali e visioni. Le idee hanno preso corpo in immagini che poi abbiamo limato, sviluppato ed esteso; da lì sono nate storie dentro altre storie. Abbiamo buttato via tanto materiale e intanto il tempo scorreva, ma fortunatamente non sento ancora il morso del tempo che mi attanaglia: mi sono preso tutto lo spazio necessario e sono andato avanti a scrivere.
Come è nato invece il titolo, Scimmie ovunque? La title track racconta molto di questa visione…
C’è un retroscena curioso: come ti dicevo, ci piace creare storie matte, ironiche, ridere dei guai quotidiani. Ci piace sorridere e scarnificare il presente, ridendo cinicamente o malinconicamente di ciò che accade attorno a noi, nel mondo e nella nostra città. Ci è venuta l’idea di raffigurare i nostri demoni attraverso questa regressione dell’essere umano a scimmia: dare forma alla negatività e ai fantasmi personali che poi, bene o male, appartengono a tutti. Ci siamo detti: «Chiamiamolo Scimmie ovunque». Poi, lavorando e rivedendo i brani, ci siamo resi conto che non potevamo dare a un disco un titolo del genere senza avere un brano di riferimento all’interno della scaletta. E così la title track è stata l’ultima canzone che abbiamo scritto, nata apposta per dare compimento al titolo. A quel punto ci siamo detti che l’album era finalmente chiuso. Abbiamo completato il master e l’ho proposto ad Ala Bianca e a Toni Verona, che mi ha riaccolto calorosamente nella sua famiglia discografica.
Nel disco colpisce il taglio di molti testi: parli chiaro, tocchi temi spinosi della nostra quotidianità senza reticenze
Secondo me fa parte del dovere di chi fa arte. C’è chi crede in una presa di posizione completamente diretta e urlata, e c’è chi, come me, preferisce suggerire. Anche perché non sento di avere ancora la maturità o la forza morale per mettermi a pontificare dall’alto. Quella statura appartiene ai giganti: penso a De Gregori, o a quello che sapeva fare Pino Daniele. Ognuno ha la propria cifra. Io preferisco accennare, insinuare il dubbio. Suggerire una problematica può rivelarsi altrettanto potente, perché spinge chi ascolta a chiedersi: «Aspetta, di cosa sta parlando davvero? Questa provocazione o questa presa in giro ha un fondo di verità?». Riuscire a innescare delle domande nell’interlocutore è il traguardo più significativo a cui un artista possa ambire. In questi cinque anni abbiamo voluto raccontare ciò che ritenevamo importante per noi e per il nostro Paese, compresi gli aspetti più storti e negativi che vediamo attorno. Non si può fare sempre finta di niente.
La forza sembra risiedere proprio in questo: evitare il pulpito moralista e mantenere uno sguardo aperto
È esattamente questo il punto. Poi c’è chi dice: «Dovresti schierarti in modo più netto». E io mi chiedo: perché? È fondamentale preservare la libertà di tutti. Io pretendo la mia libertà e al tempo stesso la riconosco a chi mi ascolta: solo così si trova una via d’uscita, un compromesso o una nuova visione condivisa. Questa per me è democrazia, è saper triangolare i punti di vista. È un approccio che paragono a quello chirurgico: meno un intervento è invasivo, meno il paziente soffre. Se riesci a esporti con chiarezza e lucidità senza aggredire, il messaggio arriva molto più a fondo. Questa è la mia prospettiva; poi rispetto chi adotta metodi opposti e magari ottiene risultati migliori dei miei, ma il mio modo di essere è questo.
È una critica che si muove in diagonale: dici tutto, ma attraverso la narrazione e le immagini.
Ho imparato moltissimo da mio padre, che è stato un maestro assoluto sia nella musica che nella vita. Dopo quarantacinque o cinquant’anni di carriera, lui aveva l’autorevolezza di tirarti una bordata dritta come un sasso in fronte e tu avevi il dovere di ascoltarlo: quando parla una persona con quell’esperienza e quell’età, la si ascolta a prescindere. Poi, se dice una cavolata, sei libero di contestarlo, ma prima ti metti in ascolto. Questo approccio diagonale ti permette di osservare la geometria delle cose da un’altra angolazione. È un metodo per sviscerare i nodi del presente guardando cosa c’è dietro, davanti, sopra e sotto il problema.
A proposito di sguardi ironici e attuali: come nasce Politically topless, il brano con Elio scelto come singolo?
Anche quel pezzo è nato in modo bizzarro, durante una spesa al supermercato con Paolo Re. Ci siamo detti: proviamo a scrivere un brano mettendo in fila parole apparentemente slegate tra loro. La mia ricerca musicale d’altronde si muove su un pop-folk di respiro internazionale che non disdegna l’attitudine dadaista. Volevamo suggerire suggestioni libere: siamo partiti scandendo «maionese», «latte intero»…
Poi il ragionamento si è allargato e siamo andati a toccare il tema dell’autocensura preventiva. Ci domandavamo: «Questa parola si può ancora usare? No? E allora diciamola lo stesso». Da lì è scaturito quel botta e risposta serrato: «Si può dire bianco? No. E nero? No. Donna? No. Uomo? Nemmeno». Ripensando anche ai dibattiti sulle etichette dei bagni pubblici, ci siamo detti: «Duomo si può dire? No, nemmeno: Bagni Duomo!». Ci siamo divertiti a giocare su un clima che a me personalmente dà parecchio fastidio. Nel disco precedente mi sono spesso frenato, chiedendomi: «Se uso questa frase rischio di offendere qualcuno? Arriveranno insulti o minacce?». Per un artista l’autocensura preventiva è il veleno peggiore: immagina cosa sarebbero stati i Pink Floyd se si fossero autocensurati prima di comporre. Non sarebbe esistito nulla. Abbiamo sviluppato il brano su questa scia, abbiamo proposto il feat a Elio che ha accettato con grande generosità.
Nel disco trova spazio anche un’altra collaborazione, già passata sul palco di Sanremo 2024: L’uomo nel lampo con Stefano Massini
Sì, abbiamo ripreso questo brano prodotto in modo magistrale dal maestro Maurizio Bassi, che ne è coautore insieme a Stefano Massini. Dopo l’esperienza di Sanremo, non volevamo che un pezzo così cadesse nell’oblio tipico dei singoli estemporanei: inserirlo nell’album gli dà una casa naturale. È un ulteriore raggio di luce, un tassello essenziale di quel mosaico sociale e umano che sento il bisogno di comporre.
Tra i brani c’è anche una rilettura di Due gelati di tuo padre Enzo. Perché hai scelto proprio questa traccia?
Due gelati è una canzone che mio padre adorava. Diceva sempre: «Questo è un pezzo venuto davvero bene». Con la severa autocritica che lo contraddistingueva, mi raccontava spesso che era stato un errore egoistico tenerla per sé: avrebbe dovuto affidarla a un grande interprete o a un collega capace di valorizzarla a dovere. Invece, proprio perché gli piaceva troppo, decise di cantarla lui. Risultato: non ebbe il riscontro sperato e rimase tra i suoi pezzi meno conosciuti.
Spesso i brani a cui tieni di più e che non arrivano al pubblico finisci quasi per metterli da parte con amarezza, perché fanno male. Ho voluto restituirle luce grazie a un nuovo arrangiamento pop curato da Emiliano Bassi, asciugando qualche ripetizione del ritornello che negli anni Ottanta funzionava ma che oggi rischiava di suonare ridondante. Nei miei dischi cerco sempre di riprendere e omaggiare un brano di papà, e Due gelati mi ha sempre incantato per la forza delle sue immagini: lo squillo del telefono, la frase «ti perdono ma non hai più amore», i quattro passi a riva al mare con l’urgenza di un treno che incombe. È il racconto malinconico di due ragazzi che non hanno più tempo e sono costretti a dirsi addio. Cantarla mi è venuto del tutto naturale.
Il fattore tempo ricorre spesso nel disco: l’urgenza di non rimandare, il valore di un «ti voglio bene» detto al momento giusto, fino a una certa relatività delle ore e dei giorni.
È un elemento centrale, che attraversa tutto l’album. Da metà scaletta in poi le atmosfere virano verso una dimensione più distopica e raccolta, dove il tempo viene continuamente relativizzato, anche a livello sonoro. La fisica temporale è un concetto che mi ossessiona da sempre. Sono un appassionato di fantascienza: interrogarmi sulla relatività, sulla fine del tempo, sulla memoria e sui bivi del nostro futuro è qualcosa che accompagna la mia vita da sempre










