21/01/2022

Giovani, musicanti e disoccupati: a colloquio con l’Alligatore

Il popolare blogger indaga sull’underground italiano
2020 anno difficile, complesso, doloroso. La pandemia ha cambiato il mondo, la musica e più generale la cultura e le arti ne risentono ancora, in modo particolare in Italia. Diego Alligatore, prolifico blogger nonché collaboratore di Smemoranda, si è addentrato nei meandri del sottobosco italiano alla ricerca di risposte e ha pubblicato con Arcana Giovani, musicanti e disoccupati. L’underground italico nel 2020. Ne parliamo con lui.
 
Le prime dirette nella primavera del 2020, la crescita degli strumenti web per colmare le distanze, gli esperimenti social chiusi in una stanza. Tutti abbiamo ancora fisso il ricordo del lockdown dell’anno scorso, tra forme di resistenza culturale e reazione alle solitudini. Cosa è successo alla musica italiana, caro Alligatore?
La musica italiana ha patito più di tutti la situazione. Era ormai da un decennio che la musica italiana tutta, compresa quella mainstream, soffriva una crisi dovuta all’avanzare delle piattaforme web che mettono a disposizione musica gratis. In questo periodo particolare, con l’impossibilità di fare concerti, ormai unica fonte di guadagno per chi suona e per tutto l’indotto, i musicisti si sono trovati soli, costretti a esibirsi davanti al telefonino per tenere desta l’attenzione. Essendo un settore precario da sempre, in particolare quello della musica underground, la politica e le istituzioni hanno fatto poco per aiutarlo. Era difficile, proprio per questa precarietà, riuscirci, ma non impossibile. Si dovevano e potevano fare scelte più coraggiose. Quindi la musica italiana e i suoi protagonisti, ancora una volta hanno dovuto cercare di arrangiarsi da soli.
 
Da tanti anni esplori il mondo indipendente italiano, raccogliendo memorie, percorsi, speranze. Che tipo di quadro generale emerge dal tuo libro?
Un quadro molto vitale, di gente che si sbatte per creare arte, una della arti più particolari e belle come la musica. Un’arte liquida, che non si può toccare (se non grazie ai supporti tipo i dischi, vinili o cd che siano), non si può vedere ma solo sentire. Questo è il lato bello e anche il suo limite. Essendo liquida è stata depredata dai biechi blu di Internet. E questa è la nota dolente. Però, come dicevo, nonostante questa impossibilità di guadagnarci qualcosa, o poco, da Palermo a Bolzano, da Cagliari ad Aosta, Gorizia o Napoli, Firenze, Genova, Venezia… ci sono dei coraggiosi, appassionati, che perdono tempo a studiare musica, pensare canzoni, scriverle e produrle. Per il gusto di farlo. E questo è il lato positivo che ho riscontrato: fare musica nonostante tutto.
 
Un tema chiave, precedente alla pandemia, è la transizione dall’album al singolo, che oggi è tornato con prepotenza a dominare la fruizione. Da Jet Set Roger a Ottodix, da Maria Devigili a Tommaso Mantelli, hai ottenuto risposte molto interessanti in merito. È davvero finita l’epoca del disco?
Sembrerebbe di sì, a guardare la situazione degli ultimi mesi durante i quali questa cosa si è accentuata. Forse è solo un nuovo modo di produrre musica, ma non mi piace. L’esigenza di essere sempre online, di essere sempre presenti sulle varie piattaforme web, spinge chi fa musica a produrre un singolo ogni uno/due mesi. Ovviamente, dopo un certo periodo, questi singoli potranno essere raccolti in un disco vero e proprio, su supporto o online. I nomi che citi mi hanno detto quasi tutti di essere contrari a questa politica (a parte Ottodix, che fa un interessante discorso artistico), ma di essere costretti  a seguirla. Il motivo principale è che fare un disco oggi costa, diversamente da quello che si crede, e nell’area della musica indipendente le spese ricadono quasi esclusivamente sull’artista. Un sistema per trovare qualche quattrino e poter fare un disco vero e proprio, potrebbe essere il crowdfundig, usato da alcuni di questi nel recente passato.  
 
Il tema cruciale è il live. Fare musica senza concerti, con la possibile eccezione storica di Lucio Battisti, è impensabile. Su questo argomento hai potuto attingere a un bacino molto ampio, da OTEME con il loro artrock di confine allo sperimentatore vocale Boris Savoldelli, dal cantautore Gerardo Balestrieri alla chitarra di Filippo Cosentino.
Lucio Battisti, chissà cosa avrebbe fatto in questi ultimi anni di musica liquida? Un giovane Battisti nel nuovo secolo potrebbe esistere? Quanta bella musica ci siamo persi? Mi hai fatto pensare a dalle domande, ma non si risponde con delle domande a una domanda, e allora, per non sfuggire al tema, dico che questi nomi, OTEME, Savoldelli, Balestrieri, Cosentino hanno reagito in modo diverso al blocco totale della musica dal vivo, e hanno sofferto in modo diverso la situazione. C’è chi faceva corsi online, chi lavorava con la radio, chi era appena tornato in Italia da un tour dall’est Europa dove ancora non era scoppiata la pandemia, chi provava a fare dirette su Fb per pochi spiccioli. 
Questo per dire che chi ha altre occupazioni nel settore musicale se la passa meglio, perché il tratto dominante di tutti gli intervistati è quello di avere altri impieghi per vivere. I più fortunati, occupazioni legate alla musica (anche se, adesso, con la crisi della musica, sono i più fortunati? discorso ampio, ci vorrebbe un altro libro).
 
Musica al femminile. Tema sempre caldo e sempre stimolante, tanto da meritare uno spazio a parte, in dialogo con Cinzia Gargano.
Il dialogo con Cinzia Gargano è uscito perché lei e altre donne che suonano e cantano si erano unite in un’associazione, Unisona Collettiva, un collettivo di sole donne, per cercare di sconfiggere un certo maschilismo presente anche nella musica underground. Mi ero imbattuto in loro su Instagram grazie a Chiara White, musicista toscana presente nel libro. L’argomento è sempre caldo perché il femminismo, la questione di genere, la politica fa fatica a ingabbiarla, quindi rinasce sempre. Come è rinata in questo periodo storico. 
 
Cinzia espone il progetto dell’associazione, ma gli altri musicisti intervistati? È emersa la possibilità di un percorso comune, collettivo? O sono tutti concentrati sulle proprie singole attività?
Direi che alcune cose stanno nascendo, si veda l’esperienza dei Bauli in Piazza. Non è emerso direttamente un percorso comune nel mio libro, in quanto gli intervistati sono situati in contesti musicali diversi sia come regioni sia come generi. Più che la possibilità, c’è l’esigenza di una sorta di sindacato dei precari della musica e delle arti. Ci sarebbe bisogno di un nuovo statuto del lavoro (e del non lavoro), e ovviamente a scriverlo dovrebbero essere loro, non chi gestisce dall’alto. Ovvio che le condizioni sono mutate, già prima del covid19 come dicevamo, ma proprio per questo c’è bisogno di coordinamenti e nuove normative. La situazione è complessa, e l’emergenza sanitaria non aiuta, però proprio per questo non si deve stare fermi. Il tanto vituperato web, permette anche comunicazioni veloci e a distanza. Quindi sia usato: musicanti di tutto il mondo, unitevi!
 
Il 2021 è trascorso tra speranze e disillusioni: quale 2022 si prospetta per i giovani musicanti disoccupati italiani?
Gli anni passano, volano, ma la situazione sembra ristagnare. Purtroppo l’emergenza sanitaria, secondo me gestita male dalla politica, soprattutto in questi ultimi mesi, ci rende tutti soli e indifesi. I concerti sono in pericolo, io allora rilancerei, da Don Chisciotte, il supporto fisico. L’idea che la musica sia solamente liquida non mi piace. I dischi, per uno nato come me nel Novecento (secolo, che, nonostante tutti i suoi orrori, cominciamo a rimpiangere), sono come i libri. Qualcosa da tenere in casa, da spolverare e ascoltare spesso. Quindi, educhiamo anche le giovani generazioni ad apprezzarli, magari con la scuola. Non è la soluzione al problema, ma un’idea. Negli anni Ottanta, contro il cibo spazzatura, sono nati i presidi slow food. Guarda che successo hanno incontrato. Facciamo dei presidi del disco, chissà che tra vent’anni non ci ritroviamo con tanti dischi volanti.
 

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