05/05/2015

Joe Barbieri, Cosmonauta da appartamento

“L’appartamento è il luogo ideale dal quale partire per poi poter tornare”. Intervista al cantautore che da poco ha pubblicato il suo nuovo album
(foto di Marco Rambaldi)
 
Il poeta greco Konstantinos Kavafis ha ispirato Joe Barbieri in questo suo nuovo viaggio. Dalle sue liriche sono nate infatti le undici tracce di Cosmonauta da appartamento (Microcosmo Dischi – Distr. Believe, 2015).
Il disco è stato registrato tra Napoli, Rio De Janeiro, Parigi, New York, Copenaghen e Madrid. Un viaggio nel viaggio, da solo o in compagnia di ospiti come Hamilton De Holanda, La Shica, Luz Casal e Peppe Servillo.
Perché si viaggia per andare e poi tornare. In senso fisico ma anche in senso metaforico.
 
Sono già previste inoltre due date, una il prossimo 20 maggio al Teatro Acacia di Napoli e un’altra a giugno in Giappone (per tutte le altre informazioni è possibile consultare il sito www.joebarbieri.com). Il punto di partenza non può che essere “l’appartamento” ed è da qui infatti che inizia pure la nostra intervista.
 
Partiamo dal titolo del tuo nuovo album. Perché Cosmonauta da appartamento?
Perché innanzitutto parla di viaggio, del viaggio che ciascuno è portato a compiere nel corso della propria esistenza con un occhio rivolto al paradosso che viviamo in quest’epoca in cui crediamo di essere al centro del mondo in qualsiasi parte del pianeta e con una facilità estrema, quando invece non è esattamente così. Dall’altra parte c’è invece il richiamo ad essere viaggiatori anziché turisti della propria esistenza, facendo quindi realmente un percorso che ci permetta di sporcarci le scarpe e di farci crescere, magari anche sbagliando, per poi tornare sui propri passi. È un po’ questa la ragione che mi ha spinto a realizzare questo disco.
 
A giudicare dal titolo dell’album, la tematica del viaggio sembrerebbe sia protetta in un luogo chiuso o comunque in uno spazio delimitato, però non è così…
Infatti, non è così. Io sono però come un “pendolo” e non so se altri vivono questo mio stesso dualismo, per cui voglio partire quando sono a casa e desidero tornare quando sono fuori. In realtà anche dal mio appartamento e soprattutto dal mio divano faccio dei viaggi attraverso la scrittura ed è anche un po’ una celebrazione del microcosmo di ogni esistenza e quindi della vita che scorre attraverso le pareti protette della propria casa.
 
Cosmonauta da appartamento è anche l’ultimo brano del tuo disco dove c’è Hamilton De Holanda, ma non solo…
Sì, un brano che chiude con il mare un disco aperto dal viaggio, sempre in mare, verso Itaca, un modo per invitare a viaggiare ma anche per invitare al ritorno.
Hamilton l’ho conosciuto ascoltando l’album che ha inciso con un amico, Stefano Bollani (O Que Serà, ECM 2013, ndr). Da lì mi sono andato a scoprire tutto il suo percorso e, quando mi è capitato di scrivere questo choro (genere di musica brasiliana, ndr), mi è venuto spontaneo chiedere ad Hamilton di impreziosire il brano con la sua partecipazione. In Cosmonauta da appartamento poi non c’è soltanto lui. Mentre lo stavamo realizzando, infatti, abbiamo proposto a chiunque avesse voglia attraverso Internet di inviarci un file audio con un coro registrato con un cellulare, un tablet o in qualsiasi altro modo… e quindi nella parte finale del brano c’è questa parte corale con i contributi arrivati realmente da persone provenienti dai quattro angoli del pianeta. Ci sono cori dal Giappone, dagli Stati Uniti… e quindi c’è un viaggio fatto in compagnia che credo abbia concluso nella maniera ideologicamente più giusta questo disco.
 
I pezzi sono stati registrati in più città del mondo e cioè Napoli, Rio De Janeiro, Parigi, New York, Copenaghen e Madrid. Sono stati anche scritti nelle rispettive città?
No, la stragrande maggioranza delle canzoni sono state scritte a casa mia sul mio divano. L’appartamento è il luogo ideale dal quale partire per poi poter tornare.
Tutto si può svolgere sia in casa, sia viaggiando per molti chilometri.
E tutto torna a casa, nella mia Napoli, e da lì si rimette in circolo.
 
Tra le città in cui hai registrato, ce n’è una in particolare che definisce meglio il tuo sound?
Più che una città direi una regione ideologica del mondo. I sud del mondo li sento tutti molto vicini e anche per questo la matrice latina viene fuori in maniera molto naturale: amo in particolare il Sud America, la Spagna, il Portogallo…
 
Prima dicevamo di Hamilton De Holanda, ma ci sono anche altre collaborazioni nel tuo disco. Come sono nate quelle dei brani con La Shica e Luz Casal (che cantano rispettivamente L’arte di meravigliarmi e Un arrivederci in cima al mondo)?
Con La Shica è nato tutto dall’amicizia in comune con il cantautore uruguaiano Jorge Drexler. Un giorno ero a Madrid, ospite di un concerto di Jorge, e, dopo aver suonato con lui, ho conosciuto questa figura, questa musicista ballerina di flamenco un po’ naif, che nasce in Marocco, vive in Spagna e adesso lavora in centro in Sudamerica.
La collaborazione con Luz Casal invece è capitata per caso. Stavamo concludendo le registrazioni del disco e c’era questo pezzo un po’ borderline che non sapevo se includere nel lavoro o meno, anche se “continuava a chiamarmi”. Una volta deciso di inserirlo, mi è venuta in mente la voce di Luz Casal e soprattutto della sua versione di Un anno d’amore di Mina che si può ascoltare anche in un film di Almodovar (Tacchi a spillo del 1991, ndr). Allora ho provato a chiederle di partecipare e il giorno del mio 41esimo compleanno è volata a Napoli e abbiamo registrato questa canzone.
 
E avevi già deciso di fargliela cantare in italiano?
Beh, le soluzioni inizialmente erano aperte. Io le ho mandato un adattamento in spagnolo, ma poi lei mi ha detto di voler cantare in italiano e sono stato felice di questa sua scelta. Sono sempre molto felice quando un artista straniero si vuole misurare con l’italiano.
La parte rappata di La Shica invece era stata scritta proprio così in spagnolo e quindi di conseguenza l’ha cantata direttamente in questo modo.
 
Unico ospite italiano è invece Peppe Servillo in Tu sai, io so
Sì, io sono sempre stato un suo grande fan e l’ho sempre ascoltato con grande attenzione. Poi, se amo un artista e ne ho la possibilità, mi piace passare da un ascolto passivo a una condivisione attiva, e così, quando ho scritto il brano, la mia compagna ha avuto l’intuizione di chiamare Peppe. Per tanto tempo sono rimasto nel dubbio se lasciare tutta la sua interpretazione nel disco o meno, ma poi ho trovato una chiave per accompagnarlo e quindi nel disco c’è un’altra versione che poi è quella finale.
 
Com’è nata la copertina e quindi l’idea delle illustrazioni all’interno di Luigi Meola?
Quando penso a un viaggiatore, quando penso al cosmo, all’idea un po’ naif di essere un viaggiatore mi viene spontaneo pensare ad Antoine de Saint-Exupéry e al suo Il piccolo principe. E quando il figlio di uno dei miei soci della casa discografica è venuto con questo disegno, è bastato un attimo per capire che doveva essere la copertina dell’album, perché racchude tutto quello che può comunicarti la purezza di un bambino…
 
“Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo” è la frase di Kavafis che si legge sulla parte interna della copertina. Quali viaggi o quali tipi di viaggi mancano a Joe Barbieri?
Non lo so. Per me l’importante è pensare sempre al “domani”. Nello stesso istante in cui sono in casa sono in viaggio e mi meraviglio ad esempio degli alberi che sono cresciuti e non mi permettono più di vedere un campetto con i ragazzini che giocano. L’ho scritto anche nel brano L’arte di meravigliarmi di cui parlavamo prima… ed è questo il mio viaggio.
 
 

 

On demand

Iscriviti alla Newsletter

Vuoi rimanere sempre aggiornato su rock e dintorni? Iscriviti alla nostra newsletter
per ricevere tutte le settimane nuovi video, contenuti esclusivi, interviste e tanto altro!