11/02/2026

L’uomo degli incantesimi: Tony Banks raccontato da Mario Giammetti

Edizione inglese per la biografia del fondatore e tastierista dei Genesis

 

Che Mario Giammetti sia il principale studioso al mondo della materia Genesis è fuori discussione. È anche superfluo affermarlo, alla luce della mole di opere pubblicate da oltre trent’anni. Più significativo è sottolineare l’esito del suo lavoro, sempre di respiro internazionale: non ci riferiamo soltanto al rapporto di fiducia che ha costruito e che possiamo notare nelle interviste che ancora oggi gli rilasciano gli ex Genesis, ma anche al credito raccolto nel tempo. Prova ne è l’edizione inglese Tony Banks: Man Of Spells – The Magician Of Genesis che arriva via Kingmaker Publishing. Ne parliamo con lo scrittore campano.

 

Un’edizione inglese, caro Mario, di un libro su una band che il giornalismo britannico ha tenuto un po’ a distanza a differenza di tanti colleghi dell’epoca d’oro, ma che oggi sembra riscuotere maggiore interesse. Questa uscita Kingmaker è da considerare un primo passo verso una riappacificazione con i media?

Dopo averli coccolati per la prima metà degli anni ’70, la stampa musicale britannica, in effetti, cambiò radicalmente atteggiamento nei confronti dei Genesis, ma anche dei loro colleghi di area prog. È chiaro che l’esplosione del punk provocò uno scisma imprevedibile negli equilibri delle redazioni, che oltretutto spesso si ritrovarono a loro volta ad affrontare un vero e proprio travaso generazionale a livello di organico giornalistico. Da quel momento, per i Genesis è iniziato un rapporto piuttosto freddo con la stampa britannica che, di fatto, non si è mai sanato del tutto: innumerevoli sono state le recensioni negative, se non sarcastiche, rivolte a un po’ tutto l’emisfero Genesis, con la parziale eccezione dell’opera solista di Peter Gabriel e del debutto (ma solo di quello!) di Phil Collins. Tuttavia verso la metà degli anni ’80 la musica prog ha iniziato a mostrare segni di rinascita (che è poi arrivata fino ai giorni nostri, per quanto con una popolarità ovviamente ridimensionata) ed era quindi obbligatorio rivalutare anche i Genesis che, di quella resurrezione, furono forse i principali ispiratori. E questo accadeva, paradossalmente, proprio mentre i Genesis, ridotti a trio, se ne allontanavano!

Kingmaker è però una realtà recente, avendo iniziato le pubblicazioni solo nel 2020 e proprio con due miei libri (Genesis 1967 to 1975 – The Peter Gabriel Years e Genesis 1975 to 2021 – The Phil Collins Years), seguite da interessanti biografie su Mark Kelly, Jakko Jaskzyk, Peter Hammill ed altri. L’obiettivo dei fondatori (Nick Shilton e Gregory Spawton) è dare alle stampe libri musicali approfonditi che si presentino bene, e proprio in quest’ottica hanno pensato che fosse ora di dedicarne uno a Tony Banks, sul quale, diversamente dai colleghi nei Genesis, non era stato ancora pubblicato un libro in lingua inglese. Il punto di partenza è stato ovviamente il mio Tony Banks – Man Of Spells, pubblicato in lingua italiana da Edizioni Segno nel 2006, ma quello in inglese, nonostante il titolo quasi identico, si può considerare un libro completamente nuovo, non soltanto per tutto quello che Banks ha fatto negli ultimi vent’anni, ma anche per le innumerevoli interviste che ho fatto personalmente a lui e a vari suoi collaboratori dopo il 2006, che sono andate dunque a infoltire, rettificare e rendere più precisa l’intera parabola artistica del tastierista. Le uniche sezioni perlopiù invariate sono le appendici tecniche scritte da Alessandro Berni e Francesco Gazzara. Il resto è stato completamente rivisto, compreso l’apparato fotografico che ora è molto più attraente, dato che stiamo parlando di 260 pagine a colori stampate su carta di alta qualità.

 

Nell’immaginario collettivo si distingue ancora oggi tra era Gabriel e era Collins, ma chi conosce la storia dei Genesis sa benissimo quale sia stato il ruolo centrale di Banks, vero?

Ho scritto tantissime volte che i Genesis, al di là delle sensazioni di facciata, spesso derivanti banalmente dalla posizione di frontman, non hanno mai avuto un leader, ma credo che chi conosce davvero la band sappia perfettamente che, se mai si dovesse individuare un membro un po’ più determinante degli altri, questi non potrebbe essere che Banks.

Intanto, a livello strumentale, i Genesis hanno sempre privilegiato le tastiere rispetto alle chitarre elettriche, e questo ha avuto effetti evidenti a livello di suono e di stile, specie nell’era progressive. Nei pochi album in cui le canzoni non sono accreditate a tutto il gruppo ma a chi le ha composte realmente (quindi parliamo del periodo 1976-1981), il nome di Tony è quello più presente. E anche quando i Genesis si sono spostati in un’area più pop, Tony è sempre stato assolutamente paritario a Collins e Rutherford, ma con un’importante variante: quella di portare un po’ di scompiglio in melodie di per sé più leggere e orecchiabili grazie a un effetto sonoro bizzarro o, più spesso, a quello che Tony stesso definisce “un accordo di troppo” (A Chord Too Far è il titolo del suo box set antologico del 2015), quello che apporta anche alla canzone apparentemente più banale un elemento di instabilità che la rende, in definitiva, una canzone dei Genesis tout court.

 

Quando si parla di rock sinfonico, barocco o romantico, uno dei primi nomi di riferimento è proprio Banks, alto rappresentante di quel dialogo tra rock e classica che fu il punto di partenza per l’esperienza progressive. Che tipo di formazione ha avuto Banks?

Anche se può sembrare il contrario, Tony non ha avuto una formazione classica. Da bambino ha preso lezioni di piano (che suonava anche sua madre), ma niente di impegnativo: non ha frequentato il conservatorio né tantomeno ha conseguito diplomi musicali. La chiave di volta arrivò quando, ancora studente alla Chartehouse, si rese conto di essere capace di suonare ad orecchio le canzoni dei Beatles al pianoforte. Direi quindi che al massimo le nozioni di base apprese da ragazzino abbiano potuto aiutare Tony a sfruttare ancora meglio la sua sensibilità e spontaneità e le sue innate capacità compositive.

 

Rispetto a colleghi altrettanto influenti, da Emerson a Wakeman passando per Jon Lord o Ken Hensley, quali credi siano state le peculiarità che hanno reso Banks così riconoscibile?

Il ruolo di Lord e Hensley penso vada collocato soprattutto all’interno delle rispettive band che li hanno resi celebri, oltretutto appartenenti a un’area musicale un po’ diversa, più vicina all’hard rock. Il paragone più ovvio è quello con gli altri due mostri sacri, che peraltro occupano regolarmente i primi due posti nei vari poll sui migliori tastieristi, dove Banks arriva sempre dopo. Può anche darsi che sia giusto così dal punto di vista puramente tecnico, ma direi meno male! Perché Tony, rispetto a Keith e Rick, ha dalla sua ben altra capacità melodica e, soprattutto, con tutto il dovuto rispetto, non penso abbia mai neanche sfiorato certi vertici di cattivo gusto che hanno spesso toccato i due colleghi. Le sue parti di tastiere sono sempre magnificamente funzionali alla canzone e alla composizione, mai fuori le righe, mai inutilmente onaniste. E se parliamo di scrittura… Lasciando da parte Wakeman, che da quel punto di vista è sempre stato mediocre, credo che nemmeno Emerson possa competere con Banks.

 

Banks ha avuto una carriera solista meno altisonante dei suoi colleghi, sia in termini di importanza artistica che di riscontri commerciali. Questo ci fa pensare che a lui si addica maggiormente la dimensione di gruppo, eppure negli ultimi vent’anni si è espresso in area classica. Credi sia quella la sua carta vincente oggi?

Questo è il grande cruccio di Banks, che in contrapposizione al suo ruolo di grande protagonista nell’economia dei Genesis, si ritrova ad essere di gran lunga il membro meno conosciuto a livello solistico (e parliamo di sei musicisti, se includiamo anche Anthony Phillips). Proprio per questo ho intitolato il libro l’uomo degli incantesimi, Man Of Spells, che è il titolo di un suo brano del 1983, ma rispecchia perfettamente la situazione del suo autore: è il mago capace di scrivere con i Genesis capolavori assoluti (Firth Of Fifth, Mad Man Moon, One For The Vine e Afterglow, per citare solo pochi titoli, sono interamente sue), ma poi viene a sua volta intrappolato in una specie di incantesimo che gli impedisce di essere altrettanto stimolante se, in fase realizzativa, è privato dall’aiuto di Collins e Rutherford.

Il mio libro intende stimolare la curiosità di andare a recuperare il materiale solista di Tony, che è assolutamente meritevole di un ascolto attento. La sua decisione di dedicarsi alla musica classica con le sue ultime tre opere rappresenta proprio una via di fuga rispetto alla mancanza del successo: stanco di avere delusioni dai dati di vendita, Tony ha optato per una musica più ambiziosa e fuori dal contesto rock che, in definitiva, sembra anche uno sbocco naturale per un artista come lui, e gli ha dato diverse soddisfazioni. Meritate, direi, soprattutto per aver saputo evitare di cadere nel kitsch, rischio che, quando un musicista rock ci cimenta con la materia classica e orchestrale, è sempre dietro l’angolo.

 

A differenza del generoso Hackett, Banks si è concesso molto di meno, sia in veste di special guest che di intervistato, tuttavia tu hai avuto modo di dialogare spesso con lui. Forse il personale è poco rilevante, ma può essere utile per comprendere l’artista: che tipo di persona è Banks?

In realtà Tony non è refrattario alle interviste (per dire, il libro contiene estratti da ben 14 interviste che ho realizzato con lui nel corso degli anni), solo che chiaramente, avendo fatto parte di tutta la storia dei Genesis anche quando facevano sold out a Wembely per quattro giorni di fila, il suo status da rockstar, per quanto non ostentato, lo rende più difficilmente raggiungibile rispetto a uno Steve Hackett che, oltretutto, ha dalla sua una carriera discografica e concertistica spaventosamente ricca e, di conseguenza, più interesse personale a spendersi a livello promozionale.

È però vero che Tony ha anche un carattere molto riservato, frutto sicuramente anche del contesto familiare e della rigida educazione scolastica ricevuta da ragazzo. È comunque una persona gentile ed educata, anche se dotata di una personalità molto forte. In quanto alle collaborazioni, è effettivamente singolare che un musicista di quel livello abbia suonato per la prima volta (e unica, finora) in un disco non intestato a lui o ai Genesis solo lo scorso anno, nell’album degli americani Rocking Horse Music Club, per i quali ha anzi composto anche una bellissima canzone intitolata The Haunted Life. Quando gliene chiesi le motivazioni, anni fa, mi rispose candidamente che non aveva avuto poi così tante richieste!

 

La recente edizione del 50nnale di The Lamb ha suscitato, perlomeno negli ammiratori più critici e attenti come te, alcune perplessità. Più in generale, qual è il rapporto di Tony con le opere del passato? Steve ad esempio è legato al lavoro dei Genesis, Peter invece sembra molto più distaccato, come se gli anni ’70 fossero un peccato di gioventù…

Tony non ha mai amato particolarmente The Lamb (Steve credo lo detesti addirittura, anche se non lo dice… anche perché ne sta suonando un’ampia porzione in concerto). Come è noto, si tratta di un disco molto controverso che chiaramente riporta alla mente dei protagonisti tante situazioni complicate e le tensioni personali vissute all’epoca delle registrazioni.

Lamb a parte, il rapporto di Tony con tutte le opere del passato dei Genesis è sempre di grande rispetto: è vero che spesso, durante le interviste, ha dato l’impressione di volersene un po’ distaccare (quante volte gli abbiamo sentito dire che la sua canzone preferita dei Genesis è Duchess, che non è da buttar via ma certo non è paragonabile a tanti altri capolavori?), ma ho la vaga sensazione che lo faccia un po’ per allargare il campo ed estendere il prestigio all’intera produzione Genesis e non soltanto a una porzione di essa. È verissimo invece l’atteggiamento distaccato di Peter, che non a caso è stato sempre l’unico vero ostacolo a una reunion della line-up storica quando ancora sarebbe stata teoricamente possibile, cosa che oggi purtroppo non è più, soprattutto per le condizioni fisiche di Collins.

 

Hai scritto tanto in materia Genesis, ogni quattro mesi la tua rivista Dusk esce con novità e approfondimenti: c’è ancora da scrivere in materia? E tu, pensi di aver detto tutto sull’argomento o c’è ancora qualche aspetto del mondo Genesis che pensi di poter trattare?

Certo che si può ancora scrivere in materia Genesis! Operazioni antologiche a parte (il box su The Lamb è stato una delusione, vedremo se nelle prossime occasioni la band saprà stupirci, anche se il dubbio è più che lecito), per essere musicisti settantacinquenni, i Genesis hanno ancora parecchie frecce al loro arco: Phillips sta per pubblicare un doppio album con nuove composizioni al pianoforte; Gabriel ha ricominciato a pubblicare una canzone al mese e quindi presumibilmente a dicembre uscirà con un altro disco; Hackett è il solito fiume in piena (previsto a breve un album in coppia con Steve Rothery); Rutherford ha composto qualche nuova canzone per Mike & The Mechanics e prima o poi qualcosa uscirà. Persino Collins, in una recentissima intervista per la BBC, è sembrato un po’ più in forma delle ultime occasioni e non ha escluso un ritorno in punta di piedi, avendo comunque a disposizione l’attrezzatura per registrare (anche se penso sia il primo a non crederci realmente). Insomma, almeno per Dusk materiale ce n’è ancora a iosa. Anzi, negli ultimi mesi sto facendo delle lotte cruente per scegliere cosa inserire subito nella rivista e cosa rimandare al numero successivo!

Tony Banks - Copertina del libro di Mario Giammetti

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