08/03/2026

“Bowie: The Final Act” al Seeyousound 2026 – Recensione del documentario e intervista al regista Jonathan Stiasny

Il documentario sugli ultimi anni di David Bowie raccontato anche attraverso le parole del regista

Stasera, domenica 8 marzo, alle 21:00, per la chiusura della dodicesima edizione del Seeyousound, è prevista la proiezione di Bowie: The Final Act presso la Sala 1 del Cinema Massimo di Torino, già sold out, con la presenza del regista Jonathan Stiasny. Visto il grande successo, il film sarà riproposto in replica domani sera, lunedì 9 marzo.

Il documentario è incentrato sugli ultimi anni di carriera di David Bowie e racconta principalmente la fase finale di una vita artistica straordinaria. Diretto da Jonathan Stiasny e prodotto da Dan Hall, Bowie: The Final Act mostra la brillantezza e l’inventiva di un artista che si è trasformato in molti personaggi, per poi rimettersi nuovamente a nudo e raccontare in maniera autobiografica, attraverso le sue canzoni, gli ultimi istanti della sua vita.

Dopo una breve introduzione, il film inizia da una delle due date da tutto esaurito a Sydney nel 1983, durante il Serious Moonlight Tour, e si sviluppa attraverso le testimonianze di chi ha condiviso la vita e la musica di Bowie: i chitarristi Earl Slick e Reeves Gabrels, l’organizzatore dei suoi concerti John Giddings, il grande amico, produttore e manager Tony Visconti, l’amica cantante Dana Gillespie, l’allora sessionman Rick Wakeman — che suonò, tra l’altro, il mellotron in Space Oddity e il piano in Life on Mars? — e lo storico pianista Mike Garson. Le interviste di biografi come Dylan Jones e giornalisti come Jon Wilde e Vivien Goldman contestualizzano al meglio Bowie, un artista che, seppur affermato, non smetteva di cercare nuove strade, talvolta rischiose, come quella con la band dei Tin Machine, dopo alcuni dischi meno ispirati degli anni ’80. Tra i due album di inediti del gruppo, il Sound + Vision Tour rappresenta un momento per risollevarsi: una serie di concerti senza nuovi dischi da promuovere, con una scaletta di grandi successi, per rimpinguare le finanze e restituire ai fan ciò che preferivano del loro idolo.

Bowie, tuttavia, non ha perso la voglia di sperimentare, come emerge in un’intervista proprio durante il Sound + Vision Tour, in cui manifesta la difficoltà di riproporre il repertorio più amato dai fan, desiderando invece continuare a esplorare nuove strade, sebbene ad esempio il già citato Wilde nei suoi articoli sul Melody Maker non fu “tenero”, per usare un eufemismo, parlando dei Tin Machine. Per raccontare gli anni ’90 e le fasi più recenti della sua carriera, il documentario ricorre anche spesso al passato, come quello di Ziggy Stardust, mentre altri momenti celebri, come la trilogia berlinese, restano assenti.

Ampio spazio è riservato ad amici e fan, tra cui Gary Kemp degli Spandau Ballet, l’astronauta canadese Chris Hadfield — che realizzò una cover di Space Oddity nello spazio — l’artista e produttore musicale Goldie, lo scrittore e sceneggiatore Hanif Kureishi e Moby, che raccontano il loro rapporto con Bowie e l’impatto della sua musica. Il concerto di Glastonbury del 2000 viene presentato come una rinascita simbolica, mentre il Reality Tour del 2004, ultimo tour di Bowie, fu interrotto bruscamente a causa di un infarto che lo colpì. Dopo quasi dieci anni, arrivano i due album finali: The Next Day, grande ritorno, e Blackstar, capolavoro finale che uscì il giorno del 69esimo compleanno di Bowie e due giorni prima della sua morte. La sound engineer Erin Tonkon, il tastierista Jason Lindner e soprattutto Tony Visconti ricordano in maniera toccante quei momenti… d’altronde nessuno avrebbe mai immaginato “un’uscita di scena” in quel modo…


In questi giorni, prima della proiezione, abbiamo posto qualche domanda al regista Jonathan Stiasny per scoprire alcune curiosità su Bowie: The Final Act

Come è nata l’idea di questo documentario su David Bowie, soprattutto considerando il periodo specifico su cui si concentra?

Abbiamo preso una decisione molto chiara: concentrarci sull’ultima parte della carriera di David Bowie — a partire da Let’s Dance in poi. È un periodo poco esplorato e ci ha dato l’opportunità di raccontare una storia sulla vulnerabilità creativa e sul rinnovamento. È una prospettiva insolita attraverso cui osservare il lavoro di una leggenda; al tempo stesso affascinante e rivelatrice.

Alla fine degli anni ’80, la creatività di Bowie e quel periodo quasi perfetto di dieci anni di produzione musicale iniziato con Hunky Dory nel 1971 e concluso con Scary Monsters nel 1981 avevano iniziato a vacillare. Aveva — nelle parole di Reeves Gabrels, suo compagno di band, chitarrista e co-autore per tutti gli anni ’90 — “finito la benzina” dal punto di vista creativo.

La formazione dei Tin Machine rappresenta un punto di svolta affascinante nel suo percorso artistico — uno che ci ha fornito il punto di partenza ideale per Bowie: The Final Act, un film che cerca di comprendere qualcosa sull’arte, sulla mortalità e sul misterioso potere della creatività.

Le sperimentazioni degli anni ’90 sono state fondamentali come terreno di preparazione per tutto ciò che è venuto dopo per Bowie. Comprendere quel periodo è essenziale per capire il suo atto finale. Come mi ha detto Gabrels: “senza gli anni ’90, niente Blackstar“.

Avevate già in mente gli ospiti che poi sono stati effettivamente intervistati?

Ci siamo posti l’obiettivo di realizzare un film che mettesse al centro le testimonianze di persone che hanno fatto davvero parte della storia, piuttosto che voci lontane che contribuiscono a mitizzare il racconto.

È un film costruito a partire dai ricordi intimi ed emotivi degli amici e dei collaboratori di David Bowie. Insieme alla straordinaria musica di Bowie, i ricordi che hanno condiviso con noi sono il cuore del film e danno forma a ogni singolo fotogramma.

Anche se il documentario si concentra soprattutto sugli ultimi anni, ogni tanto vediamo momenti del passato — per esempio dell’epoca di Ziggy Stardust — mentre il periodo della trilogia berlinese è assente. È stata una scelta voluta?

Il film si concentra sugli ultimi anni della carriera di David Bowie, ma alcune riflessioni sugli anni precedenti sono incluse come contesto — cioè quando aiutano ad approfondire la comprensione della storia che stiamo raccontando.

Quando si racconta la storia di un artista della statura di Bowie, si è inevitabilmente costretti a prendere decisioni difficili su quali album o persino interi periodi includere in un lungometraggio. Questo film è una storia autentica, intima ed emotiva, raccontata da persone che c’erano.

Secondo te, il concerto di Glastonbury del 2000 è stato davvero una rinascita per Bowie? Il documentario dedica molto spazio a quel momento.

Tutti gli anni ’90 sono stati per David Bowie un periodo di rinnovamento creativo e di ridefinizione, ed è proprio questo che rende la storia così interessante.

Il Glastonbury Festival 2000, tenutosi in un momento di grande cambiamento nella carriera di Bowie, è un momento iconico in cui il grande pubblico britannico ha riscoperto il suo genio compositivo e la sua importanza culturale.

La performance di Bowie rappresenta un climax emotivo ed è uno dei miei momenti preferiti del film.

Il film esplora anche gli ultimi album che Bowie ha pubblicato durante la sua vita. Che effetto ti ha fatto ascoltare Tony Visconti e gli altri intervistati parlare delle opere finali di Bowie?

Siamo stati davvero fortunati a poter parlare con Tony Visconti del suo lavoro con David Bowie. Ha parlato in modo straordinariamente toccante della creazione di Blackstar, così come Jason Lindner ed Erin Tonkon.

L’album — per me una meditazione senza pari sulla mortalità — è un’opera straordinariamente suggestiva e bellissima. È stato un grande privilegio discuterne con i suoi amici e collaboratori. Un’esperienza indimenticabile.

David Bowie – Foto di Kevin Cummins

David Bowie - Foto di Kevin Cummins

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