David Bowie, 50 anni di “Station to Station”
Un periodo particolare della vita artistica e personale di Bowie, tradotto in un (fondamentale) album di transizione
È il 23 gennaio 1976 quando viene pubblicato Station to Station di David Bowie, un album che nasce in uno dei momenti più estremi e instabili della sua vita artistica e personale. Non è più Ziggy Stardust da qualche anno, viene dal soul-funk di Young Americans e tutto sembra in fase di ridefinizione per non dire proprio in discussione. Tutto è sospeso insomma e allora Station to Station suona più che mai come un album di transizione.
Il contesto è quello della Los Angeles della metà degli anni Settanta. Una città che, invece di offrire stabilità, amplifica l’isolamento, la paranoia e il disorientamento. Bowie non è molto presente a sé stesso, anzi non lo è quasi per niente, complici la forte dipendenza da cocaina, le (ritrovate) ossessioni esoteriche e una percezione del tempo sempre più frammentata. Le session di registrazione non hanno una direzione precisa e peraltro lo stesso Bowie racconterà in seguito di avere ricordi confusi, se non assenti, della lavorazione del disco.

Questo stato di alienazione è amplificato dal contemporaneo impegno cinematografico in L’uomo che cadde sulla Terra, film diretto da Nicholas Roeg e tratto dall’omonimo romanzo del 1963 scritto da Walter Tevis. Bowie interpreta Thomas Jerome Newton, un alieno intrappolato su un pianeta che non gli appartiene, osservatore distante di una realtà che non riesce più ad abitare. Il confine tra personaggio e vita quotidiana si assottiglia quasi fino a dissolversi: è forse per questo che l’interpretazione di Bowie rimane tra le sue migliori come attore, perché in parte stava interpretando sé stesso. La copertina di Station to Station, scattata da Steve Schapiro, riprende esplicitamente il personaggio del film, con Bowie immortalato in quel momento di sospensione, tra finzione e realtà, come a suggerire la transizione interiore e artistica che caratterizza l’album.
Musicalmente, Bowie stava consolidando i frutti della sua virata verso soul e simili, ma al contempo era affascinato dalle sperimentazioni dei gruppi elettronici tedeschi come Can, Neu! e Kraftwerk, e dall’approccio sonoro di Brian Eno. Queste influenze gli aprivano nuovi orizzonti: sonorità più eteree, distaccate, rigorose e sperimentali. Il rock ‘n’ roll tradizionale non lo interessava più; ciò che lo stimolava era superare i confini tra i generi e costruire un linguaggio musicale completamente nuovo, capace di riflettere le tensioni, le ambiguità e le trasformazioni della sua fase creativa.
Al centro di questo equilibrio instabile c’è il DAM Trio: Carlos Alomar (chitarra), George Murray (basso) e Dennis Davis (batteria). Più che semplici musicisti di supporto, rappresentano una vera struttura portante, a partire dal portamento ritmico che conferisce il chitarrista Carlos Alomar, determinante non solo in ambito musicale, in quanto calmo e lucido rispetto a un tutt’altro che tranquillo Bowie. In questo periodo assume particolare rilievo anche la presenza di Coco Schwab, assistente personale e figura centrale nella gestione quotidiana di Bowie e parte di un nucleo ristretto che protegge l’artista… per quanto possibile, perché, oltre a organizzare la sua vita, sembra che ogni mattina sia anche lì ad accertarsi che Bowie sia in grado di riprendersi dopo l’ennesima “notte di eccessi”.
Il titolo Station to Station richiama l’idea di passaggi intermedi, di punti lungo un percorso che non conduce a una meta fissa. Non si tratta di stazioni ferroviarie, ma di tappe simboliche di trasformazione personale e artistica. In questo senso, il titolo riassume l’essenza dell’album: non un punto di arrivo, ma un flusso di passaggi, di trasformazioni, dove ogni brano è una tappa di un percorso più ampio e complesso.

Station to Station è anche l’album in cui David Bowie è in maniera più specifica rispetto all’anno precedente The Thin White Duke, che nella traduzione in italiano perde la connotazione di “esile” per rimanere semplicemente Il Duca Bianco, definizione ormai scolastica che spesso viene utilizzata per indicare Bowie in toto.
L’album si doveva chiamare inizialmente The Return Of The Thin White Duke e la figura del Duca Bianco è evocata nei primi versi della già citata title track. Il Duca Bianco che emerge da Station to Station non va letto come un personaggio psicologico, ma come una figura concettuale. Elegante, distante, volutamente disturbante, non chiede empatia né giustificazioni. È un’identità temporanea, costruita per dare corpo a una crisi più ampia dell’io, della modernità occidentale e della possibilità stessa di controllo. La figura del Duca Bianco non si limita a incarnare un personaggio: la sua immagine diventa un terreno dinamico, dove si riflettono ambiguità, contraddizioni e paesaggi interiori; è come se ogni gesto, ogni sguardo e ogni movimento fossero proiezioni di un mondo in tensione. Bowie non racconta sé stesso direttamente, ma usa il corpo e il volto come strumenti visivi e simbolici, attraverso cui rendere percepibile l’instabilità e la complessità del presente che attraversa.
Dall’ossessiva Station to Station al funk levigato di Golden Years, dalla spirituale Word on a Wing all’ironica TVC 15, dal groove incalzante di Stay alla sospesa malinconia di Wild Is the Wind, i brani formano un organismo coerente e teso, specchio della transizione musicale e personale di Bowie.
Citando Paul Morley, quando in vari momenti del suo nuovo libro David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo (Hoepli, 2026), parla di Station to Station, a un certo punto scrive: “Sta registrando Station to Station e, pezzo dopo pezzo, costruisce l’aspetto e l’atteggiamento dell’antieroe dell’album con il suo pessimismo glaciale e contorto, il Duca Bianco. Il disco diventerà, in un certo senso, un grande album sulla cocaina, ma anche un grande album di Los Angeles, un grande album di un anno perduto, un grande album sul disturbo dell’umore, dove la follia è sempre presente nella mente – forse uno dei pochi che Bowie abbia mai realizzato – e un grande album di art brut, dove l’arte sgorga direttamente dalla psiche e, in questa forma pura, tocca un nervo scoperto. È un disco che mostra come l’isolamento possa portare a emozioni più intense e a canzoni più strane e potenti – la persona isolata crea un microcosmo e – desiderando essere altrove, trovando difficile fidarsi anche delle cose familiari – inizia a costruire qualcosa di solido partendo dalla propria incertezza cronica”.

L’album, come si direbbe adesso, fu “divisivo” per la critica dell’epoca, ma uno dei pareri più curiosi rimane quello di Lester Bangs, mai tenero nei confronti di David Bowie, sebbene avesse già apprezzato perlomeno il precedente lavoro Young Americans. Scriveva il famoso critico musicale nella sua recensione di Station to Station pubblicata su Creem nell’aprile 1976: “È un disco rock talmente bello e con una tale potenzialità di durare nel tempo, persino più di Young Americans, che mi sbilancio a dire: penso che Bowie abbia finalmente prodotto il suo (primo) capolavoro”.
Ben vengano dischi di transizione come Station to Station, memori di ciò che c’era stato prima, ma soprattutto sapendo ciò che avremmo ascoltato dopo, dalla trilogia berlinese in poi.
Oggi, 23 gennaio 2026, esattamente 50 anni dopo l’uscita di Station to Station, l’album torna con due edizioni speciali in vinile. La prima è un half speed mastered LP su vinile nero, rimasterizzato da John Webber agli AIR Studios, a partire dai nastri originali; la seconda è un picture disc, che riproduce direttamente sul vinile la copertina dell’album e include un poster con la pubblicità originale dell’epoca.










