15/04/2026

Libri, stimoli, maschere e identità di David Bowie

Alessio Barettini indaga nell’universo culturale del Duca Bianco

 

Abbiamo intervistato poco tempo fa Alessio Barettini in occasione del suo libro sui CSI per Arcana, ma l’autore aveva pubblicato un po’ di tempo prima un saggio corposo e impegnativo – denso, fitto, più che altro – che meritava una lettura attenta. Ci riferiamo a Inventario letterario del mondo di David Bowie (ed. Le Mezzelane), che parte dal celebre Book Club di Bowie e ne approfondisce l’universo colto, artistico, da umanista contemporaneo. Inevitabile commentarlo insieme a lui.

 

Ancora oggi, caro Alessio, se pensiamo ai protagonisti del rock classico è probabile che il nostro immaginario si apra a stravizi, decadenza, eccessi. Tanti di loro invece erano abituati a buone letture, a frequentazioni artistiche e cinematografiche. David Bowie da questo punto di vista primeggiava. Fu un’eccezione o è il caso di ricostruire la storia del rock?

Direi che in molti casi le due cose non si escludevano. Quanto a una ricostruzione della storia del rock, beh, sta procedendo, ma non saprei dire quando e se finirà mai. Sono certo che il rock soffra di fraintendimenti sin dalla prima ora. Quell’immaginario non aiuta a concentrarsi sull’aspetto più intellettuale, artistico, del rock. Quasi come se tutto il bello che ne è sorto sia stato casuale. La sua maledizione.

 

Il Book Club di David, pubblicato nel 2013, fa da bussola per il tuo lavoro. Sei partito da quel testo per arrivare dove?

Il Book Club parte dalla lista di preferenze che David ha reso nota nello stesso anno. Per la precisione è da qui che sono partito quando, alcuni anni più tardi, stavo scrivendo un articolo su Bowie e Bradbury intorno a Space Oddity e ho iniziato a pensare che si potesse fare… sai, sono sempre stato affascinato dai testi nella musica rock, già quando andavo a scuola avevo un quaderno dove ricopiavo i testi di tutti i cd che gli amici mi passavano. Erano gli anni ’90, c’era fermento musicale… così ho iniziato a chiedermi quanta corrispondenza ci potesse essere fra i testi delle canzoni e le sue letture. Ho proceduto verificando e non ci è voluto troppo tempo per scoprire che quei libri entravano spesso e volentieri nelle sue canzoni. L’altra metà del lavoro è stata leggere quei libri (in particolare narrativa e poesia), analizzare i suoi testi criticamente, tenendo presente le letture, e scriverne, ecco tutto.

 

Oggi la distinzione tra cultura alta e pop è superata, il Novecento invece ha faticato a fonderle. David ha provato a superare questa distanza: in quale sua opera l’esito è stato talmente importante da aver segnato un’epoca?

In realtà la distinzione di cui parli è superata ma non è universalmente accettata: basti ricordare quanti critici letterari hanno storto il naso quando hanno dato il Nobel a Dylan, senza che lo avessero peraltro mai letto. Io credo che la questione stia proprio nella sua storicizzazione, come dici, nel fatto per esempio che David ha giocato spesso ad accorciare le distanze, rovesciandole in qualche caso. Ma tutta la sua produzione in fondo, è caratterizzata da questo elemento comune che abbatte le barriere, che  mescola e che, mescolando, inventa. È come tu dici, Bowie ha segnato un’epoca, lo ha fatto diverse volte, con Ziggy, con la trilogia di Berlino, ma anche con 1.Outside, con The next Day, ma se vogliamo dirla tutta, lo ha fatto una volta sola: ha segnato i 50 anni in cui ha lavorato e vissuto, mostrando con maestria e continuità qualcosa che altri hanno mostrato solo episodicamente.

 

A cavallo tra anni ’60 e ’70 il rock conobbe la stagione dei concept e indagò nelle possibilità offerte dalla letteratura distopica, da Orwell a Burgess. Anche Bowie era sintonizzato in questa corrente?

Da questo punto di vista posso dire che sì, conosceva molto bene sia Orwell sia Burgess. La maggior parte dei suoi album fino a Station to Station sono, più o meno esplicitamente, da inserire in questa corrente, che poi riprenderà con 1.Outside, che è una piccola perla noir-distopico-filosofica che non teme imitazioni. Io credo che in questo senso si sia trovato bene in questa forma di scrittura concept, perché il suo modo di essere, il suo modo di scrivere, sono densamente narrativi, quasi postmoderni, ed è quindi naturale che si sia trovato bene nel momento creativo di The Rise and the Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, di Diamond Dogs o di Aladdin Sane.

Del resto gli autori che hai citato sono inglesi come lui, e questo non è certo un ostacolo. Orwell lo ha amato molto anche nei suoi libri più politici, a dimostrazione che le questioni sociali non gli erano indifferenti. L’amore per Burgess gli è forse persino più congeniale: un grande inventore, uno sperimentatore e sì, anche un provocatore.

 

Tra i suoi libri preferiti c’era L’invenzione dei teenager di Jon Savage, che ha sottolineato cosa accomunava i baby boomer di varia estrazione, da Lennon a Bowie passando per Dylan e colleghi. David fu un figlio dei suoi tempi o pensi che anche oggi, con la ricchezza di stimoli della contemporaneità, avrebbe potuto esprimersi con eguale qualità?

L’invenzione dei teenager è un libro straordinario, il fatto che rientri tra le sue preferenze denota tutta la sua intelligenza e comprensione dei fenomeni. Ecco, Bowie aveva capito perfettamente il mondo in cui si trovava, ne era figlio, ma lo è stato nel senso più profondo della parola, diventandone cioè anche padre. Quindi alla tua domanda rispondo a occhi chiusi: avrebbe potuto esprimersi con eguale qualità in qualunque momento.

 

Abbiamo citato Dylan, potremmo parlare anche di Cohen e Lou Reed. Stando alla mole di suggestioni che Bowie ha assorbito, pensi si possa serenamente accostare a questi giganti della parola in musica?

Insisto: i limiti delle forme artistiche andrebbero riconsiderati. Dylan, Cohen, Reed, ma anche Morrissey, Nick Cave, per esempio, sono musicisti e scrittori. Non esiste una sola ragione per cui la forma della canzone non possa essere considerata un testo letterario. Questo per me è il caposaldo, che peraltro mi ha permesso di portare a termine l’avventura di questo libro. Ero e resto stupito che un gigante come Bowie non avesse (e a quel che so non ha tutt’ora salvo qualche sporadica eccezione) studi che ne analizzano la portata letteraria dei testi. Come non ne hanno gli altri musicisti citati, sia chiaro, e questo è un problema generale di una chiusura e di una mancanza che spero che prima o poi verrà superata. Sembra quasi ci sia paura ad accostare elementi o persone che non sembrerebbe di veder bene insieme, e questo è assurdo, tanto più in un’epoca così ricca di suggestioni e così intrisa di sincretismo come la nostra.

 

Facciamolo però questo accostamento, Alessio…

Scusami, sto andando fuori tema. La questione mi sta particolarmente a cuore. Tu mi chiedevi della qualità letteraria dei suoi testi. Devo dire che Leonard Cohen e Lou Reed sono molto più poetici di Bowie. Più letterari nel senso classico del termine. Anche in questo caso David è stato originale. Ci sono espressioni cariche di colore, grondanti semantica, specialmente nella prima parte della sua carriera. La sua penna si raffina dopo gli anni ’90, per poi tornare più “grezza” (ma volutamente), con gli ultimi album. Ecco, con Bowie siamo più vicini a un romanziere mancato, che a un poeta mancato.

 

Inevitabile parlare delle sue multiple identità. Al di là della tendenza al trasformismo, quale provenienza culturale aveva questo desiderio del perenne cambiamento?

Io credo che se guardiamo a questo aspetto di Bowie ci troviamo di fronte a un rovesciamento totale di un approccio alla cultura. Infatti mi pare che se si possa parlare di provenienza di questo desiderio, non in qualche forma culturale la si possa trovare, ma nel fatto stesso della vita sulla Terra, la cui caratteristica singola che la rappresenta è proprio il cambiamento. Di questo elemento, se vogliamo naturale, Bowie ne ha fatto un aspetto culturale, incastrandosi di volta in volte nelle diverse stanze della casa della musica e dei generi di fine Novecento. Questa è stata la sua genialità.

 

Ho avuto la sensazione di un Bowie esoterico, iniziatico, in certe pieghe della sua storia (mi vengono in mente sia Station To Station che Scary Monsters) e tra le righe anche tu suggerisci questa possibilità, vero?

La suggerisco, ma so per esperienza che proprio in virtù di quanto detto prima, Bowie viene esperito in mille modi diversi. In altre parole lui era, è, un prisma, riflette luce in modi che sorprendono anche chi lo conosce bene. Quel che è certo che lui fu affascinato da certo esoterismo come era normale per i giovani londinesi di quegli anni. In alcuni album se ne è servito a fini creativi, con risultati molto interessanti. Fra i suoi romanzi preferiti c’è Zanoni, la storia di un individuo misterioso in un romanzo dell’Ottocento inglese, a metà tra Rosacroce e fascino mistico. Ti ricorda qualcuno?

 

L’ultimo Bowie è quello di Blackstar, che meriterebbe uno studio a parte. È un disco sul quale si è scritto e detto tanto, ma se volessimo asciugarlo dalla retorica post mortem, che posizione pensi abbia nella poetica e nella discografia bowiana?

Sono convinto anch’io che Blackstar meriterebbe uno studio a parte, ma forse è ancora presto per essere netti e per dare definizioni su quello che può rappresentare. Credo che si intraveda molto chiaramente, fra tutte le parole spese a riguardo e i gusti personali, la possibilità che si tratti davvero di un grande capolavoro. Vediamo se il tempo sarà d’accordo.

Alessio Barettini - Inventario letterario del mondo di David Bowie

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